Quelle estati in Kosovo

Tornare in Kosovo ogni estate significava poter finalmente respirare aria di libertà. Dopo nove mesi di orari inflessibili, scuola, compiti, verifiche e interrogazioni, mi aspettava sempre almeno un mese di puro divertimento. Passavo la maggior parte del tempo nel villaggio in campagna dov’è nato e cresciuto mio padre. Lì, insieme a mio cugino e altri ragazzi, sono sicuro di aver toccato l’apice della felicità.

Eravamo un gruppo di sei, sette bambini. Io ero il più giovane. Trascorrevamo i pomeriggi a giocare negli infiniti prati di campagna. Loro portavano le mucche al pascolo e uno aveva sempre con sé il pallone. Si andava così a sfidare gli altri bambini del villaggio. Io giocavo a calcio in Italia, mi allenavo due volte a settimana e facevo tutto secondo le regole. Ma lì, in mezzo a loro, sembravo un pesce fuor d’acqua. Mi pareva di fare un altro gioco. Loro erano più bravi, più veloci, più forti. Crescendo mi sono sempre chiesto dove sarebbero potuti arrivare, se qualcuno avesse dato loro una possibilità.

Che belli quei pomeriggi. Non si giocava soltanto a calcio, si andava anche a rubare le pannocchie per poi mangiarle insieme. Ci suddividevamo i compiti. Tre andavano a rubarle. Due erano gli addetti ad entrare nel campo, mentre uno stava fuori a controllare che non arrivasse qualcuno. Gli altri tre o quattro stavano alla base, che non era altro che l’ombra di una quercia. Lì sotto preparavamo la legna e il fuoco. Le mangiavamo alla griglia e a guardare le nostre facce pareva che ci avessero aperto le porte di un ristorante stellato. Non erano solo pannocchie quelle. Era l’organizzazione di un furto, l’ansia dell’attesa, l’adrenalina di coloro che dovevano mettere in atto il piano e poi la felicità di potercele gustare assieme.

Stavo bene in mezzo a loro, anche se ero totalmente diverso. Io avevo tutto: scarpe originali, vestiti belli, puliti e stirati. Una vita semplice in Italia e la possibilità di poter pensare a un futuro roseo. Loro non avevano nulla, ma io mica lo sapevo. Quanto piangevo ogni volta che bisognava tornare in Italia. Volevo restare con loro e avrei dato tutto quello che avevo pur di poter rimanere in Kosovo.
Loro non mi hanno mai detto niente, ma chissà quanto mi invidiavano. E io stupido che avrei barattato la mia vita agiata per il loro nulla.

Tutto mi piaceva di loro. Anche quando ci si sporcava giocando avevo la sensazione che il loro sporco fosse più bello del mio, più originale. Anche il fango o la polvere stava bene su di loro. Quante volte ripenso a quegli istanti ascoltando le meravigliose note de “Il ragazzo della via Gluck“. Mi emoziono ogni volta.

A quei momenti è legato anche il ricordo del cibo più buono che io abbia mai mangiato. No, non mi sto riferendo al mais alla griglia.
Quando uscivamo a giocare le nostre madri sapevano che avremmo fatto tardi e che a una certa ora avremmo avuto una fame da lupi. Allora mamma mi preparava sempre un panino con del pomodoro tagliato a fette e una generosa quantità di sale. Un panino semplice, anzi, piuttosto scarno se ci penso.
Era la fine del mondo, credetemi. Quando il succo del pomodoro bagnava il pane e in quel pezzo c’era del sale, prendeva vita un miscuglio che mi faceva letteralmente volare.
Dio che felicità.

Mamma però mi sgridava quando esageravo nell’uscire a giocare con gli altri. Usava un’espressione intraducibile in italiano, Sokak. La parola fa riferimento alle stradine strette che separano le case in un villaggio o in una città. Ma è il modo con cui viene utilizzata e tutto il significato che le viene dato a creare un mondo a sé stante. Mamma mi diceva sempre di non stare n’sokak tutto il giorno. Era come, per provare a dirla in italiano, una sorta di richiamo a non passare tutta la giornata a spasso per il paese a perdere tempo.

Voleva che studiassi, che facessi i compiti, ma a me interessava soltanto giocare a pallone con i miei amici. Loro mi proteggevano da quel mondo fatto di regole non scritte, orgoglio e tanto coraggio. Qualcosa di distante anni luce dal concetto di gioco e divertimento che c’era in Italia, quando trascorrevo il post scuola al parco con i miei compagni di classe. Loro indossavano tutti indumenti vecchi, brutti, sporchi e io li volevo. Sognavo di essere come loro, ma invece avevo tutta roba molto più bella. Me ne vergognavo.

Un giorno capii dove compravano quelle cose brutte che a me tanto piacevano. Vidi anche che costavano veramente poco e iniziai a comprendere qualcosa della loro realtà. Mi trovavo al mercato con i miei genitori, che in albanese chiamamo pazar, da bazar. Dovreste passarci una giornata in questo posto, capireste tanto del nostro popolo. I modi di fare dei venditori, la gentilezza e la disponibilità nel farti credito per una,due o tre settimane. L’atmosfera che si respira, gli odori, i suoni e i profumi. Provare a chiedere di avere un peperone e ricevere tutta la cassa che ne conterrà almeno una trentina.

“Ma no, tutti sono troppi. Me ne serve solo uno.”
“Ma signora, non vorrà mica comprare un solo peperone? Su dai, un euro e si prenda tutto.”

E non puoi mica rifiutare. Ed è bello così.

Ora capita, quando ritorno, sempre meno purtroppo, di incontrare di nuovo quei ragazzi. Sono cresciuti, sono diventati uomini. Hanno messo su famiglia, una casa e le loro vite hanno preso una via accettabile. Ma è come se nulla fosse cambiato quando mi vedono. Ci si incontra nei posti più impensabili, anche se per me ogni volta è come se qualcuno ci catapultasse sui prati della nostra amata campagna. Parliamo, discutiamo del presente e di come le cose siano cambiate. Sono ancora più gentili di prima e io mi sento a disagio ogni volta. Mi domando perché ho meritato una vita così fortunata e loro no.

Incontro Amir e mi torna in mente com’era la sua realtà da bambino. Abitava a una cinquantina di metri da mio cugino. A separarci c’era solo una collinetta che la gente usava per buttarci la spazzatura. Dietro all’immondizia c’era Amir e la sua famiglia. Un pomeriggio andammo da lui, non ricordo il motivo. Non avevano una casa, vivevano in una baracca. Il tetto era scoperto e il posto era minuscolo. Non ricordo quanti membri fossero in totale, anche perché ogni giorno scoprivo un fratello o una sorella nuova. Dovreste vederlo adesso Amir e la sua villa a due piani costruita con chissà quanti sacrifici. Mi ci porta dentro orgoglioso e mi fa conoscere sua moglie Jetmira, che è in dolce attesa.

È un maschio“, mi dice emozionato. Nel salotto ci sono un sacco di fotografie. La più grande è quella del padre, andato via troppo presto. Ci sono anch’io in una.  Siamo noi del gruppo, tutti insieme di fronte alla casa di mio cugino. Trattengo a stento la commozione. Non me l’aspettavo quella foto. È una valanga di emozioni difficile da gestire.

Beviamo il caffè, mangiamo qualche dolce e loro le provano tutte a trattenermi per cena. Dico ad Amir che sono già ospite da un’altra parte. È l’unico motivo che lo fa desistere. Saluto Jetmira con una stretta di mano e abbraccio forte Amir. Lascio il loro nido e mi dirigo verso mio cugino che mi aspetta per cena.

Durante il tragitto penso alla vita che ho condotto in Italia e quella dei miei amici italiani. A volte mi chiedo cosa ne è stata della nostra infanzia, se non abbiamo fatto altro che lamentarci di ciò che ci mancava. Il gioco della Play-Station, la scarpa di marca, il motorino, ecc…

Sono cresciuto in mezzo a persone che stavano bene economicamente, che potevano permettersi tutto ciò che serve a un essere umano per vivere bene, ma mi rendo conto che non mi hanno dato nulla. Mi hanno insegnato a scegliere i ristoranti, come si devono mangiare determinati piatti e come ci si deve vestire in certe occasioni. 

I poveri invece mi hanno dato tanto. Con loro mi sento sempre a mio agio, anche se io povero non lo sono mai stato. Loro hanno sofferto, hanno qualcosa da raccontarti, ci trovi la vita nei loro occhi. E se il destino non è stato troppo crudele e hanno ancora la forza di ridere; beh, in quei sorrisi capirai perché la vita sia la cosa migliore che possa esserti capitata. I poveri mi hanno insegnato e mostrato il significato della parola felicità. 

Arrivo al cancello e prima di entrare do un’occhiata intorno. Sono cambiate tante cose. Le case sono tutte più belle ora, i colori delle mura sono vivaci, la strada è stata asfaltata, nel fiume scorre una quantità d’acqua accettabile e non c’è più nessun segno della guerra. Nonostante tutte queste differenze, la mia mente ricrea le immagini di quei giorni d’estate. Vedo me stesso da piccolo che corre fuori dal cortile per incontrare i ragazzi del gruppo. Riassaporo il gusto di quei panini e risento le nostre voci felici mentre inseguiamo il pallone. Mi tornano in mente le parole del finale del film Stand by me.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Entro nel cortile e vedo mio cugino sul balcone che sorride nel vedermi. Mi dice che la cena è pronta. In cuor mio spero ci sia del pane, dei pomodori e del sale.

Gezim Qadraku

 

L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

Quale guerra?

C’era la guerra in Kosovo e io ero in prima elementare.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
Non la sentii mai quella parola in casa.
Eppure la nostra gente moriva.
Moriva mio nonno in quei giorni e altri miei parenti.
Mia madre perdeva una parte di se stessa per sempre.
E io non mi accorgevo di nulla.
C’era la guerra nel mio paese eppure la mia vita continuava.
Andavo a scuola e agli allenamenti.
Giocavo al parco con i miei compagni di classe.
Guardavo i cartoni, facevo i compiti e chissà cosa sognavo di diventare.
Forse l’astronauta o magari già il calciatore.

C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
I miei genitori guardavano il telegiornale di nascosto.
Parlavano a bassa voce con i parenti.
Mi stavano nascondendo tutto.
Non mostravano il dolore che li stava distruggendo.

Poi la guerra finì e noi tornammo in Kosovo.
Entrammo in una casa che non conoscevo.
C’era la nonna, lo zio, la zia e i miei cugini.
Il nonno non c’era.
Forse è andato da qualche parte, pensai.
Ma poi tutti incominciarono a piangere e allora capii.
Non domandai nulla perché compresi immediatamente cosa era successo.
Gli avevo visti i danni che aveva fatto la guerra dopo che eravamo scesi dall’aereo.
Le avevo viste le case distrutte dalle fiamme, i segni dei proiettili sui palazzi, le strade piene di buche, le facce della gente.
La stavo vedendo la guerra ora.
Ora che non c’era più.

C’era stata la guerra e io non me ne ero accorto.
Ora quella stanza piena di gente mi sembrava il posto più vuoto che esistesse.
Le mura erano completamente bianche.
I mobili erano brutti.
Le persone erano tristi.
Nessuno rideva.
Si sentiva ancora l’odore della morte.
C’era stata la guerra e aveva rovinato le nostre vite, ma io non me ne ero accorto.

C’era stata la guerra e non avevo visti i miei genitori soffrire.
Avevano nascosto tutto.
Non avevano mostrato il minimo dolore.
Allora compresi quanto mi amavano.
Dissi a me stesso che avrei dovuto fare lo stesso con le persone a cui volevo bene.
Avrei dovuto mostrare loro solo la parte felice e mai quella triste.
Non avrei mai dovuto dire a loro quanto stessi soffrendo.
Avevo capito che così avrei soltanto fatto stare male anche loro e non me lo sarei mai perdonato.

C’era stata la guerra e i miei genitori si erano tenuti tutto dentro.
Mi avevano insegnato, senza volerlo, come gestire il dolore.
A piangere dentro.
A mostrare sempre il sorriso.
A non chiedere aiuto.
A dire che va tutto bene.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.

Gezim Qadraku.

(Wikiwand Images)

#tenyearschallenge

Ho apprezzato molto la challenge dei dieci anni che è diventata virale sui social in questo ultimo periodo.
Mi ha permesso di fermarmi per prendere un respiro profondo.
Dopo aver buttato fuori tutta l’aria ho fatto questo lungo salto indietro.
Dieci anni fa è stato il peggiore anno della mia vita.
Si ruppe tutto quell’anno. 
Si ruppe una parte del mio corpo.
Si sgretolò l’idea che avevo dell’amicizia.
Rovinai la mia carriera scolastica.
Tutto questo non fece altro che compromettere la fiducia che i miei genitori avevano nei miei confronti.
Sono passati dieci anni e non ho realizzato nessuno dei sogni che avevo all’epoca.
Non mi ci sono neanche minimamente avvicinato alla realizzazione in realtà.
Però questa è probabilmente la cosa più bella che mi sia successa, ovvero capire che quelli che non erano i sogni che volevo realmente.
Se qualcuno mi avesse detto durante quei giorni bui che dieci anni dopo mi sarei trovato dove sono ora, non avrei mai mai potuto credergli.
Avrei soltanto potuto ringraziarlo per la fiducia.
Quindi, che ho fatto in questi dieci anni?
Ho riparato tutto quello che avevo rotto e ogni giorno cerco di rendere quelle ferite sempre più belle.
Sto provando a trasformare le fratture in radici.
Ne sta valendo la pena.

Gezim Qadraku.

Ti ricorderai di me

Ti ricorderai di me quando lui si dimenticherà il vostro anniversario.
Ti ricorderai di me ogni volta che dovrai dirgli cosa vuoi per regalo.
Ti ricorderai di me, quando la domenica pomeriggio sarai sola a casa perché lui ha preferito andare allo stadio.
Ti ricorderai di me quando vorrai parlargli dell’ultimo libro che hai letto, ma non potrai farlo perché a lui non interessa.
Ti ricorderai di me quando andrete al cinema e lui dopo mezz’ora si sarà addormentato.
Ti ricorderai di me quando smetterai di ricevere fiori dopo pochi mesi dall’inizio della vostra storia.
Ti ricorderai di me quando ti chiederà se è più bravo di me a scopare.
Ti ricorderai di me quando alla radio manderanno la nostra canzone.
Ti ricorderai di me quando ti imbatterai nei libri che ti consigliavo.
Ti ricorderai di me ogni volta che salirai sul tram, il nostro mezzo di trasporto preferito.
Ti ricorderai di me quando vorrai andare a guardare le stelle.
Ti ricorderai di me ogni volta che incontrerai Anna, la nostra amica in comune che ci presentò.
Ti ricorderai di me quando avrete finito di fare sesso e ti lascerà da sola nel letto.
Ti ricorderai di me ogni volta che tuo padre ti chiederà sei hai mie notizie, mi adorava.
Ti ricorderai di me tutte le volte che ti chiederanno se hai qualche rimpianto.
Ti ricorderai di me quando sentirai la parola felicità.
Ti ricorderai di me quando cercherai il mio numero nella rubrica.
Ti ricorderai di me ogni volta che ci incontreremo nei sogni.
Ti ricorderai di me quando al tuo compleanno riceverai i miei auguri.
Ti ricorderai di me ogni volta che guarderai il tatuaggio al polso, c’ero anche io quel giorno.
Ti ricorderai di me ogni volta che ti accenderai la sigaretta dopo aver fatto l’amore, il nostro rituale.
Ti ricorderai di me quando ti accorgerai che ti sta tradendo.
Ti ricorderai di me e capirai cosa mi hai fatto provare.
Ti ricorderai di me, quando capirai di avergli mostrato solo una piccola parte di quello che sei.
Ti ricorderai di me perché io sono stato l’unico ad accettarti per quello che sei.
Ti ricorderai di me ogni volta che cercherai in lui qualcosa di mio.
Ti ricorderai di me quando riceverai un messaggio in piena notte.
Ti ricorderai di me per tutta la vita.
Ti ricorderai di me e soffrirai.
Ti ricorderai di me e capirai che saresti dovuta restare.
Ti ricorderai di me, ma sarà sempre troppo tardi.

Gezim Qadraku.