Ce ne andiamo in Italia (2° parte)

Fa caldo. Il mese di luglio ha portato con sé temperature alte e afa con la forza di un tornado. Blerim e Valon sono a casa. Blerim, fino a una settimana fa, passava le giornate in oratorio. Poi, a causa del problema alla centralina della macchina e di quanto ci costa ripararlo, non è più potuto andare. Mancano i soldi. E ora che entrambi devono trascorrere un’intera giornata estiva in casa, sembrano due animali selvaggi costretti in gabbia. Si ringhiano addosso a vicenda, si azzuffano costantemente. Come vado a dividerli, riprendono a litigare qualche minuto dopo. Dopo un po’ ci rinuncio e lascio che uno dei due sfinisca l’altro. Anche se a volte mi sembra abbiano una quantità infinita di energia e di voglia di darsi fastidio a vicenda. Valon si lamenta sempre che Blerim non lo lascia giocare alla PlayStation. Ogni volta viene a piangere da me e mi chiede di comprargli un joystick. Costa 50 euro quel maledetto coso.

L’unico momento della giornata nel quale riescono a respirare è dopo le 16, quando finalmente riesco a portarli al parco. Devo lavorare durante la giornata. Devo pulire le case della gente benestante ogni giorno. Dalle 9 alle 11:30 e poi dalle 14:00 alle 16:00. Oggi è giovedì, devo andare dai Brambilla. Mi porto sempre dietro i bambini, amano quella casa. E poi il signor Luciano mi ha detto che possono tranquillamente giocare alla PlayStation. Lui ha due joystick, così non devono litigare e posso giocare insieme.

L’orologio segna già le 13:35. Finisco di fare le stoviglie in fretta e furia. Mentre sono in cucina urlo ai bambini di prepararsi. Blerim mi risponde a tono, “SIAMO GIA’ PRONTI NOI“. Mi asciugo velocemente le mani e con la stessa frequenza di movimenti vado in camera a cambiarmi. Sono in ritardo sulla tabella di marcia. A quest’ora dovremmo già essere in strada. La casa dei Brambilla dista una mezz’oretta dalla nostra. Mi vesto più veloce che posso, torno in cucina a controllare se ho lasciato qualche fornello acceso, prendo la borsa e vado in camera a chiamare i bambini.

Stanno guardando i Simpson.
Andiamo bambini!
Mamma, ma non è ancora finita la puntata“, mi dice Blerim, mentre non stacca gli occhi dalla televisione.
BLERIM, SHPEJT“, gli urlo. (BLERIM, VELOCE)
Capisce che deve spegnere immediatamente la televisione. Valon è già in corridoio, capisce sempre senza bisogno di ripetergli nulla. Scendiamo in strada e il caldo sembra duplicarsi. Su quel tratto di via Piave non c’è un filo d’ombra. Camminiamo per una decina di minuti sotto il sole cocente. Tengo per la mano Valon, mentre Blerim cammina davanti a noi. Procediamo in religioso silenzio, come per non sprecare le forze che il caldo torrido cerca di succhiarci a ogni passo che facciamo. Il paesino sembra in letargo. Non si sente anima viva in giro. Il momento più caldo della giornata e infatti la cosa più sensata è stare in casa e non uscire. Ma io devo pulire le case degli italiani e non ho la patente. Ma anche se ce l’avessi, anche se sapessi guidare, comunque non potremmo permetterci una macchina. Me lo ripeto ogni volta che ci penso. Che tanto sarebbe inutile. Che va bene così.

Arriviamo all’appartamento del signor Luciano alle 14:05. Sono in ritardo, ma meno di quanto pensassi. In un’ora e cinquantacinque minuti devo fare cucina, salotto e bagno. Alle 16 devo levare il culo da questo posto. Non posso restare di più. Uno tra il signor Luciano e la signora Claudia potrebbero tornare a casa e l’ultima cosa che vorrebbero trovare è me che pulisco. I bambini vanno subito in sala e si mettono a giocare. Io mi dirigo in cucina, dove ci sono ancora i resti della cena di ieri sera. Non si stancano di fare nulla quei due. Me li immagino che finiscono di mangiare e si alzano per andare in sala, a godersi qualche film, mentre si amano e si godono questa vita da sogno. Si sono sposati da poco, hanno entrambi più di quarant’anni. Lui fa l’assicuratore, lei è una professoressa universitaria. Lavorano entrambi a Milano, trascorrono la gran parte della giornata lì. Hanno comprato casa fuori da Milano perché preferiscono un piccolo paesino tranquillo. Non hanno figli e mi danno l’idea che mai li avranno. Tutti questi soldi, questa ricchezza, chissà a chi la lasceranno. Che spreco una vita senza figli, mi ripeto ogni volta che entro in questa casa. Manca il pezzo più importante di una famiglia, eppure loro mi sembrano felici così. Sul tavolo della cucina ci sono briciole di pane, una fetta di bresaola e una bottiglia di vino rosso. Manco il vino in frigorifero si preoccupano di mettere. Sul fogliettino che mi lasciano sempre sul tavolo, c’è la solita indicazione: “come al solito“.

Guardo l’orologio, sono le 14:10. Non ho ancora iniziato e sono già stanca. Fa troppo caldo in questo periodo e più vado avanti, più ho la sensazione che non riuscirò a continuare a pulire così tante case. Dovrò lasciarne qualcuna, ma i soldi ci servono. Non sono mai abbastanza. Chiudo gli occhi, stringo i pugni, prendo un bel respiro profondo e cerco di farmi forza. Da quando ho messo piede in cucina, ho la sensazione che la stanza profumi di bresaola. Quella fetta, rimasta lì da ieri sera, ha riempito la stanza del suo aroma. La osservo per un tempo infinito. La quantità di secondi che i miei occhi rimangono su di lei è direttamente proporzionale all’aumento del desiderio di mangiarla. Non dovrei, continuo a ripetermi. Ma figurati se si accorgono di qualcosa, mi dico poi. Alla fine la prendo e con un gesto veloce, causato dal timore che qualcuno mi possa vedere, la caccio in bocca. Mastico bramosamente. Se qualcuno mi osservasse, penserebbe che non mangio da giorni. Sembro un lupo che è appena riuscito a uccidere la sua preda, e dopo la fatica dell’inseguimento riesce finalmente a dargli il primo morso. È maledettamente buona. Mentre la mastico, e in fondo al cuore spero che per qualche strano motivo la fetta possa riprodursi tra i miei denti e durare per sempre, mi rendo conto della scarsa qualità del cibo che noi possiamo permetterci ogni giorno. Mando giù l’ultimo pezzo della fetta e mi sembra di essere rinata. Sento i bambini ridere di gusto, percepisco che si stanno divertendo e questo mi dà la forza per iniziare a pulire.

Prendo la bottiglia di vino e la metto in frigo. Con lo straccio tiro via le briciole. Prendo il ritmo e continuo così, per un’ora e cinquanta minuti. Senza mai prendermi una pausa, neanche per andare in bagno. Abbiamo bisogno di soldi, mi ripeto. E poi tra meno di un mesetto andiamo in Kosovo. I bambini fremono dalla voglia. Non fanno altro che chiedere quanti giorni mancano. Anche tu mi sembri più felice in questo periodo dell’anno. Sei impaziente di vedere i tuoi genitori e io non vedo l’ora di vedere mamma. Mi manca. Ogni volta che arriva l’estate, mi rendo conto di quanto sia un anno senza vedere un genitore. Un tempo troppo lungo, estenuante. Non dovrebbe essere legale una cosa del genere. Durante l’ultima telefonata mamma mi ha detto una cosa che mi ha fatto sorridere.
Se solo ci fosse una telecamerina piccola in questi cellulari, se solo potessimo vederci quando parliamo.

Spegnete che dobbiamo andare, bambini.
No mamma, dobbiamo finire l’ultima partita“, ribatte Blerim, mentre Valon ha già staccato le mani dal joystick.
BLERIM, TE LUTEM“, mi costringe ad alzare la voce. (BLERIM, TI PREGO)
Però ci porti al parco.
Certo che vi porto. Dai, andiamo.
Il parco della scuola elementare di Blerim dista soltanto una decina di minuti dalla casa dei Brambilla. I bambini camminano davanti a me, si tengono per mano e continuano a ridere. Mi commuove vederli così vicini. A un certo punto si fermano e si voltano in sincrono verso di me. Mi guardano sorridendo e mi fanno segno con la mano di avvicinarmi veloce.
Hajde mam“, mi dice Blerim, mentre continua a tenere per mano Valon. (Vieni mamma)
Mi avvicino a loro sorridendo, mi abbasso sulle ginocchia perché mi sembra che sia Valon a voler parlare per entrambi.
Dai, chiediglielo“, lo incoraggia Blerim.
Mamma, quando andremo a vivere anche noi in una casa come quella del signor Luciano?


È come se una siringa mi trafiggesse il cuore. Entrasse da una parte e uscisse dall’altra. Sento le ginocchia cedermi e appoggio le mani sulle loro spalle per non cadere. Non è la richiesta a farmi male, ma il sorriso e la speranza che vedo nei loro occhi. Pensano davvero che una cosa del genere sia possibile. Nella loro ingenuità sono convinti che un giorno potremmo davvero permetterci un appartamento del genere. Infilo la mia testa in mezzo alle loro, stringo le loro spalle e li muovo verso di me. Lo faccio per nascondere il volto e le lacrime che mi bagnano il viso. Cerco di capire quando aprire la bocca e parlare, senza che si accorgano che sto singhiozzando. Continuo ad aspettare, cosciente che non è ancora il momento giusto.
Quando mamma?” Domanda ancora Valon.
Presto rrushi i jem, presto“, riesco a dirgli, stoppando per un paio di secondi le lacrime e sentendomi la madre peggiore sulla faccia della terra. Restiamo in quella posizione ancora per qualche minuto, mentre smetto di piangere e continuo ad accarezzare le loro schiene e loro mi stringono forte. Poi mi alzo e il dolore fisico si aggiunge a quello emotivo. Sento le fitte alla schiena, i muscoli dei polpacci che si induriscono e un peso che si appoggia sulle spalle e prova a schiacciarmi sotto terra.

Arriviamo al parco, i bambini corrono verso le altalene. Io vedo Luana seduta sulla panchina dietro alle altalene e la raggiungo. Non se la sta passando bene ultimamente. Mi racconta di come i litigi con il marito sono aumentati, di come lui torna a casa tardi la sera. Molte volte è ubriaco. Non me lo ha detto, ma sono convinta che le metta anche le mani addosso.
Ciao Luana“, la saluto e mi accorgo subito di una luce diversa nei suoi occhi.
Ciao tesoro, come stai?” Mi domanda. Non ho ancora capito perché mi chiama così e non per nome, ma non mi va di chiederglielo, mi vergogno. Sarà un’abitudine delle donne italiane, chiamarsi così tra donne.
Bene, grazie. Un pochino stanca. Oggi tanto lavoro. Tu stai bene?” Le rispondo in maniera meccanica. Scandisco ancora le parole con un certo timore. Dopo una giornata così, ho la sensazione che i vocaboli italiani – i quali cerco di imparare quotidianamente ascoltando la televisione e i bambini mentre parlano tra di loro – svaniscano dalla memoria, si dissolvano in aria, evaporino. Allora mi tocca cercarli, rincorrerli, catturarli, riportarli a me e provare a dar loro un senso, mettendoli nell’ordine giusto.
Io meglio guarda. Devo darti una notizia.
Che bello. Dimmi!
Ho deciso di divorziare da mio marito. Penso sia la cosa migliore per me. Non ce la faccio più ad andare avanti così…
La mia attenzione rimane ancorata a quella frase. Luana continua a parlare, muove il suo corpo verso di me e presumo mi racconti tutto quello che è successo. Io però non la seguo più, non ci riesco. Il mio cervello è rimasto a quella frase iniziale, a quel verbo. Divorziare. La vista mi si annebbia, l’attenzione svanisce del tutto, l’unica cosa che riesco a captare è il sollievo degli occhi di Luana.

“Ma come hai divorziato?
Come fai a pensare che sia la decisione migliore per te?
Perché l’hai fatto?” vorrei chiederle, ma continuo a cercare i suoi occhi, quantomeno per dimostrarle che la sto ascoltando. Lei procede ininterrottamente. In maniera molto lenta riesco a riportare l’attenzione su quello che mi dice. Mi rendo conto di essere rimasta in silenzio per troppo tempo. Non voglio immaginare che razza di espressione ho. Così la interrompo bruscamente, la guardo dritto negli occhi e le dico che la capisco. Che non dev’essere stato facile. Lei continua il suo racconto, ma con la coda dell’occhio mi accorgo che Valon è caduto e mi avvio immediatamente verso di lui. So già che non si è fatto niente, perché mentre mi muovo nella sua direzione, lui si è già alzato e non sta neanche piangendo. Utilizzo questo alibi per staccarmi da Luana. Non ho più voglia di sentirla parlare oggi. Raggiungo Valon, gli controllo la ferita al ginocchio, dalla quale gli esce un po’ di sangue. Prendo una salvietta bagnata dalla tasca e pulisco la terra che si è attaccata alla pelle.
Tranquilla mamma, non mi fa male“, mi dice, mentre cerca di staccarsi il più velocemente da me e tornare a giocare con i suoi amichetti. Lo lascio andare senza dirgli niente.

Tutto bene. Un pochino sangue“, dico a Luana, non appena torno da lei. Continua a raccontarmi della sua decisione, mi ripete tutti gli avvenimenti che l’hanno portata a prendere quella scelta. Io sono ancora persa nei miei pensieri, nei dubbi che il suo divorzio sta mettendo nel mio matrimonio. E se un giorno divorziassimo anche noi? Mi domando, mentre cerco di guardarla negli occhi per mostrarle una parvenza del mio interesse. Un brivido di paura mi scuote la schiena. No, noi non le facciamo queste cose. Noi non siamo così, non siamo come loro. Mi ripeto convinta e orgogliosa. Noi mica roviniamo la famiglia in questo modo. E poi che motivo avremmo per divorziare, noi? Cerco con lo sguardo i bambini, stanno giocando a nascondino. Blerim sta contando, mentre Valon è nascosto sotto lo scivolo con un suo amichetto.

Il tempo trascorre più veloce del previsto e fortunatamente è già ora di andare a casa. Saluto Luana e i suoi figli, Luca e Ada. Ci avviamo verso casa e tengo sia Valon che Blerim per mano. Quei dubbi non hanno ancora abbandonato la testa, quel maledetto verbo – divorziare – continua a girare nel mio cranio, esattamente come una zanzara. Mi provoca il medesimo fastidio, mentre cerco di cacciarlo via e dopo qualche secondo ne sento ancora il ronzio. Stringo le mani dei bambini. Valon ricambia la stretta, come se stesse aspettando solo questo. Blerim, invece, si sgancia e aumenta il passo.

Arriviamo a casa. Dico ai bambini di lavarsi, di fare veloce che tra poco arrivi tu e inizio a preparare la cena. Per i bambini faccio la pasta, mentre a te riscaldo il gullash che ho fatto per pranzo. So che lo preferisci riscaldato, per questo lo faccio sempre quando sei al lavoro, così è perfetto per cena. Così avevo sentito dire a tua mamma, la prima volta che ti avevo visto mangiarlo a casa dei tuoi. Eri tornato dalla solita giornata infinita al pazar. Eri uscito la mattina presto per vendere delle pesche, ma il caldo atroce ne aveva mandate a male la metà e dell’altra metà ne avevi vendute pochissime. Eri tornato a casa a mani vuote, asciutto, stanco, distrutto. Non capivo come tua madre potesse pensare di riscaldarti un piatto che aveva preparato per pranzo. Ma mi accorsi della felicità nei tuoi occhi, quando ti sedetti a tavola e tua madre ti venne incontro con in mano il piatto di Gullash riscaldato.
Qe djali i jem, qysh t’pelqen tyje“, ti disse. (Ecco figlio mio, come piace a te)


Scaldo il Gullash utilizzando la fiamma più bassa possibile, eccitata, nella speranza di riuscire a provocare in te la stessa felicità che riusciva tua madre. Sento che i bambini hanno finito e pochi minuti dopo suona il citofono. Corro subito ad aprire il portone del palazzo. Subito dopo apro la porta di casa e ascolto i tuoi passi pesanti approcciarsi ai tre piani di scale. Cerco di percepire la tua stanchezza calcolando quanto ci metti a salire. Sei più lento del solito, ho un sussulto di timore. E se ti è successo qualcosa? Magari ti sei fatto male al lavoro? I battiti del cuore aumentano di intensità. Ci metti un’eternità ad arrivare alla porta di casa. Alzi lo sguardo dal cellulare, mi guardi per qualche secondo, la tua espressione non cambia.
Grua“, mi saluti. (Moglie)
A je lodh Afrim?“, ti chiedo, preoccupata che ti sia successo qualcosa. (Sei stanco Afrim?)
Jo, jo. Nuk pat shum pun sot”, mi dici mentre entri in casa. (No, no. Non c’era tanto lavoro oggi) “A je mir?“, ti domando per avere la certezza che tu stia veramente bene. (Stai bene?)
Mi guardi storto e non mi rispondi, non capendo perché io te l’abbia chiesto. Allora ti dico che vado a prenderti i vestiti e di farti la doccia che la cena è quasi pronta.

Corro in camera a prenderti i vestiti e te li porto immediatamente in bagno. Sei in piedi e continui a guardare il cellulare.
Qe teshat“, ti dico e te li appendo dietro alla porta. (Ecco i vestiti)
Sento i bambini ridere in camera, nel frattempo l’acqua in pentola bolle e butto la pasta. Suona di nuovo il citofono, è Albina. Sale le scale in un batter d’occhio. Capisco subito che la sua prima lezione d’inglese dev’essere andata bene. L’unica della classe a essere stata scelta per questo corso extrascolastico. Le maestre mi hanno detto che ha un talento per le lingue. Il mio fiore, la mia rosa preferita. L’aspetto con la porta aperta, vestita di tutto l’orgoglio che una madre può avere. Mi corre in contro con un sorriso infinito.
Hajde qika e jem“, non faccio in tempo a dirle che mi sta già raccontando tutto. (Vieni figlia mia) Continua a parlare a una velocità e a un tono spropositati. Io cerco di toglierle lo zaino dalle spalle, ma è un’impresa, perché continua a dirmi di aspettare e fermarmi un secondo, che deve raccontarmi un altro dettaglio della sua giornata.


Finisci la doccia e vieni in cucina.
Buka osht gati“, ti dico, anche se non me l’hai chiesto, timorosa che tu possa pensare che devi aspettare a lungo. (La cena, è pronta)
Ti siedi e inizi a cambiare i canali della televisione. Ti sento sbuffare mentre faccio scaldare il sugo per la pasta dei bambini.
Questi bambini non sanno neanche chiedere al proprio padre se è stanco“, sputi fuori dalla bocca, con tutta la freddezza di cui sei capace, fissandomi mentre lavoro il sugo.
Sento il tuo sguardo addosso, anche se ti volto le spalle. Lascio il sugo e mi avvio verso i bambini. Albina è con i ragazzi, e insieme a Valon guardano Blerim che gioca alla PlayStation.
“Papà è arrivato, l’avete sentito? Venite veloci a chiedergli se è stanco. VELOCI”.
Valon e Albina escono immediatamente dalla camera.
“Ma anche tu lavori mamma, lui non ti chiede mai se sei stanca”, mi dice Blerim, mentre continua a fissare il televisore. Faccio finta di non averlo sentito, anche sei vorrei abbracciarlo forte.
“Vieni Blerim, che la cena è pronta”.

I bambini si siedono a tavola. Albina è ancora elettrizzata per la sua prima lezione d’inglese. Tu guardi il telegiornale con un atteggiamento disinteressato. Hai il telefono di fianco alle posate e sembra che stai aspettando un messaggio o una chiamata. Aspetto che chiedi ad Albina com’è andata la sua giornata, anche lei sembra aspettare soltanto quello, ma tu non dici niente. Forse ti sei dimenticato, mi dico, cercando di trovarti una scusa. Verso il Gullash nel piatto e te lo porgo. “Gullash, qysh t’pelqen tyje“, ti dico, aspettando una reazione. (Gullash, come piace a te)
L’unica cosa che fai è alzare le braccia dal tavolo, così che io possa appoggiare il piatto. Inizi a mangiare senza aspettare che io abbia servito i bambini, senza aspettare che mi sia seduta anch’io. La voce del conduttore del telegiornale, insieme al rumore delle posate, fanno da sottofondo a questa cena silenziosa. Vedo nei volti dei bambini ancora il sorriso, tu mangi il Gullash e ho la sensazione che ti stia piacendo. Tutto questo mi rincuora. Mi dico che è soltanto una giornata un po’ così, che non devo dare troppa importanza a certe cose. Che sono soltanto più stanca del solito e per fortuna si avvicinano le vacanze. Torneremo in Kosovo e ti vedrò sorridere per davvero. Quel sorriso pieno di vita e gioia che mi ha fatto innamorare di te, quel sorriso che non vedo da tanto tempo. E chissà, forse i bambini hanno ragione a crederci. Forse ce la faremo anche noi ad avere una casa come quella del signor Luciano, a vivere una vita come quella degli italiani. Forse non è ancora troppo tardi.

Gezim Qadraku

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Ce ne andiamo in Italia (1° parte)

È da poco finito il telegiornale. La guerra è l’unica costante della mezz’ora di news. Ora tutta l’attenzione è sulla Bosnia, soprattutto dopo la dichiarazione d’indipendenza. Le cose si stanno mettendo veramente male e le immagini che mostrano alla TV mi mettono paura. Qualcuno dice che è soltanto questione di mesi e la guerra scoppierà anche in Kosovo. Altri invece continuano la propria vita come se nulla stesse accadendo. Mi siedo sulla sedia di fianco alla porta, dopo aver servito il tè a tuo padre, a te, ai tuoi fratelli e alle loro mogli. Tua madre entra in salotto e si dirige verso il camino per cambiare la legna. La guardi e le chiedi di sedersi, che devi dire due parole.
Po du mi fol dy fjalë.”

Vorrai dire qualcosa sulla guerra, penso, mentre resto al mio posto in silenzio e cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Ti fisso e provo a tirare fuori i tuoi pensieri, prima che tu li trasformi in parole e le dica a tutti. Tua madre si siede, con un gesto che fa trasparire insicurezza. Sembra che il solo fatto che tu voglia dire qualcosa ad alta voce la preoccupi abbastanza da farla muovere in maniera totalmente diversa dal solito. Lenta e affannosa, a differenza della velocità e della rapidità dei suoi movimenti quotidiani. Quando lei si siede, tu attacchi con il discorso. Incroci le mani, appoggi i gomiti sulle cosce, ti muovi in avanti, cerchi gli occhi di tutti e dopo esserti schiarito la voce, lanci la bomba.
Ho deciso di portarli in Italia con me. Partirò con mia moglie e il bambino.

Sento un’esplosione tremenda all’altezza dello sterno. Una vampata di calore si impossessa del mio corpo e si concentra in testa. Mantengo gli occhi su di te, senza più badare se qualcuno se ne accorga. Ti cerco, cerco le tue pupille, ma tu guardi verso i tuoi genitori. Come sarebbe a dire che andiamo in Italia? Mica eri tornato per restare? E perché non l’hai detto a me prima di annunciarlo alla tua famiglia? Cosa diavolo è questa storia?
Sento le gambe tremare, le gocce di sudore scivolare veloci dal collo verso il fondo della schiena e il pensiero va immediatamente ai miei genitori. Alla pessime condizioni fisiche di mamma. Alla fatica di papà nel trovare lavoro dopo essere stato licenziato come autista degli autobus perché albanese e la sua decisione di smettere di fumare, perché non se lo può più permettere. A mio fratello Fadil, al suo lavoro precario e a sua moglie, così giovane e impreparata alla vita di famiglia, che non riesce a essere di alcun aiuto a mamma. Penso a loro e a come diavolo glielo dirò che me ne vado in Italia. No, che tu hai deciso che andremo in Italia. Senza chiedermelo, senza voler sapere cosa ne pensassi, se fossi d’accordo o meno.

Un silenzio strano e fastidioso ricopre la stanza, la tensione è presente nei volti di tutti e io mi sento crollare, impotente, senza alcuna forza di reagire, nel buco che si è aperto sotto i miei piedi. Non me lo aspettavo questo da te. Mi hai ferita. E io che ti pensavo diverso. Io che mi sono innamorata di te perché mi sembravi così distante dagli altri ragazzi kosovari. Eri così timido, premuroso ed educato, che pensavo ti avessero adottato, che venissi da un’altra cultura. Quel tuo rispetto verso qualsiasi donna e quel tuo corteggiamento così sensibile e rispettoso, mi hanno fatto letteralmente perdere la testa per te. E ora? Hai deciso il nostro futuro senza dirmi niente? L’hai fatto per ripicca? Perché mi ritieni colpevole per il fatto che nostro figlio non ti abbia riconosciuto quando sei tornato dall’Italia dopo 14 mesi. Come pensavi che ti avrebbe potuto riconoscere se non ti aveva mai visto? Te ne sei andato che lui aveva pochi giorni e quando sei tornato, l’unica cosa che sapeva di te era la fotografia nella quale tu lo abbracci in giardino, qualche giorno dopo la sua nascita. Cosa potevo fare io? Oltre a dargli quella foto da baciare prima di metterlo a letto e ripetergli che papà sarebbe tornato molto presto. Pensi che mi sia sentita bene quando lui si rifiutava di abbracciarti? Quando continuava a stare in braccio a tuo fratello Muharrem? Quando veniva a sussurrarmi all’orecchio che quell’uomo, riferito a te, avrebbe dovuto dormire sotto il letto e non di fianco a me? Non pensi che mi sentivo morire dentro, in quei momenti?

Finalmente tuo padre decide di distruggere il silenzio. Lo fa dando la benedizione alla tua decisione.
Perhajr i koft.
Resta seduto, ti guarda negli occhi e non aggiunge altro. Manda giù un sorso di tè e quasi lo finisce a goccia. La stanza ritorna nel silenzio e nessuno dei tuo fratelli prende la parola. Allora tu, mente cerchi di trovare una sicurezza che non hai, mentre il sudore delle ascelle trasforma in quella parte del corpo il colore della tua camicia in nero, da viola che era, provi a spiegare il motivo di quella scelta. Anche se nessuno te l’ha chiesto. Un’insicurezza, la tua, che non ha fatto altro che amplificarsi da quando mi hai presa come sposa. Ripenso alla tua paura e alla tua goffaggine durante le nostre prime notti a letto. Mesi senza alcun risultato, che iniziarono a far storcere il naso a qualcuno. Già le sentivo le parole di tua madre e delle mie cognate. Quasi sperassero che non fossi in grado di darti neanche un figlio. E poi, finalmente, dopo un anno e mezzo di angoscia e timore, sono rimasta incinta. Un maschio, grazie a Dio. Solo questo mi ha permesso di essere considerata come un essere umano meritevole di qualche attenzione.

Rimango focalizzata sulle tue paure. Il terrore nel confrontarti con i tuoi famigliari. L’incapacità di contrastare le parole di tuo padre, di non chiedere ai tuoi fratelli di seguirti a lavorare mentre ti spacchi in quattro per tutta la famiglia. Per la prima volta mi chiedo che padre sarai. Chissà come ti comporterai con il nostro piccolo. Forse avrai paura anche di lui. Forse ti farai mettere i piedi in testa anche da tuo figlio. Smetto di ascoltarti e penso a te, ai tuoi fratelli, a tuo padre, alla vostra famiglia. Me l’avevi detto che eravate poveri, che non avevate niente, che avevate da poco sistemato la casa e che avevate ancora un sacco di debiti, presi per potervi permettere di organizzare i matrimoni di tutti i fratelli. Ti osservo, mentre impaurito cerchi di dire le parole migliori che i tuoi fratelli e tuo padre si aspettino da te, ma non ti rendi conto che loro hanno smesso di preoccuparsi di te da chissà quanto tempo ormai. L’ho capito subito che in questa casa tu eri l’unico che provava a fare qualcosa. Mi avevi detto che eravate poveri, ma non che foste dei lazzaroni. Non che la terra non avevate voglia di lavorarla e che trovavate le scuse più impensabili per non farlo. Non siete in grado neanche di essere gente di campagna come si deve. Siamo tutti dei “katundar“, ma mio padre e i suoi fratelli, con organizzazione e sacrifici, hanno costruito quattro case. Voi, invece? Eppure siete così tanti maschi e tutti in buona salute che ognuno di voi dovrebbe vivere nella propria di casa. Invece eccoci qui, stipati in questa casa provvisoria, ancora non terminata, con a disposizione una sola stanza per ciascuna coppia.

Me ne sono accorta subito, la prima notte, in che razza di guaio mi ero cacciata. Ma ho accettato di restare. Sono rimasta perché ti amo, indipendentemente dalla vostra povertà e dalla vostra incapacità di darvi da fare. E ora tu mi fai questo? Così, senza il minimo rispetto, davanti a tutti? Perché dovrei seguirti in Italia e non tornare dai miei genitori? Inizio a pensare che quelle tue caratteristiche che tanto mi piacevano, siano soltanto il frutto del tuo carattere debole. E io che pensavo potessi essere un uomo albanese diverso. Uno di quelli che non ha bisogno di rimproverare la propria donna di fronte agli ospiti, come fanno tutti.
Grua fai questo, fai quello. Scusate, ma la mia Grua è lenta. Grua porta la caraffa d’acqua. Grua l’insalata è senza sale.” E noi donne, vostri oggetti, in silenzio a seguire ciò che ci dite di fare. Vi considerate degli uomini, vi definite “burra“, camminate con il petto in fuori, fumate le sigarette come foste degli imprenditori di successo, alzate la voce contro di noi in presenza degli ospiti per sentirvi grandi, per sentirvi qualcosa, ma senza di noi, le vostre mogli, i vostri oggetti, non sareste niente. Io, stupida, che mi aspettavo che tu potessi essere veramente diverso. E invece, guardati ora, prendere una decisione del genere, decidere anche per me e per il nostro piccolo senza neanche consultarmi. Neanche provare a pensare che le cose in un matrimonio si debbano decidere in due.

Finisci di parlare e non so neanche cosa hai detto. Il rumore di un cucchiaino che sbatte sul bordo del bicchiere di tè, riporta la mia mente alla realtà. È tuo padre che ha finito il tè e ci tiene a farmelo notare. Mi guarda fisso negli occhi, rimette il cucchiaio all’interno del bicchierino e il suo viso si veste di insofferenza, perché ha dovuto farmelo notare e io, da brava sposa quale dovrei essere, me ne sarei dovuta accorgere da sola. Il suo comportamento è la ciliegina sulla torta. Il mio corpo brucia di rabbia. Mi alzo il più velocemente possibile e cerco di fornirgli una faccia abbastanza dispiaciuta. Mi affretto a prendere il bicchierino e a dirigermi in cucina per riempirglielo di tè, e mentre mi lascio la sala alle spalle prego di non vedere mai più tuo padre, i tuoi fratelli e questa maledetta casa. Di non dover servire il tè a nessuno. E in quel momento, mentre mi rifugio in cucina, mi accorgo che è proprio quello che accadrà. Ora che tu hai deciso di portarmi in Italia senza dirmelo, saremo solo noi tre. Non ci saranno più né i tuoi genitori, né tanto meno i tuoi fratelli. È come se in un secondo saltassi dall’inferno al paradiso. Il mio corpo torna alla temperatura normale, come se mi fossi lasciata cadere di spalle su un letto soffice coperto di neve. Riesco a sentire il fumo uscire dalla pelle e abbandonare il mio corpo.

Il modo in cui l’hai annunciato non mi ha permesso di considerare il fatto più importante. Ovvero che non vivremo più qui, in questa casa di lazzaroni e gente senza rispetto. Io, con tre anni passati all’università di Prishtina a studiare letteratura, con la media dei voti più alta della classe, io che leggo Kadare e Frasheri, finita per amore a sentirmi dire da tua madre come si deve pulire un giardino e a diventare la schiava di tuo padre. Al secondo giorno di matrimonio mi sono tornate in mente le parole di papà. Fu l’unico a dirmi che avrei dovuto finire gli ultimi tre esami prima di sposarmi, che una volta sposa non li avrei mai dati e non avrei mai conseguito la laurea. Non li detti ascolto. Ti volevo così tanto che misi l’Università in secondo piano. E pochi giorni prima che diventassi tua, che diventassi vostra, lo sentii parlare con mamma in cucina. Le disse che io non sarei stata bene nella casa di nessuno, che io sono troppo indipendente per essere la donna di qualcuno, che io sono diversa dalle mie sorelle. Le capii soltanto una volta arrivata da voi quelle parole, quando mi svegliai e mi accorsi che il mio futuro sarebbe consistito nel servire gli abitanti di questa casa e stare in silenzio. Avevo deciso di studiare per evitare tutto questo e poi ci sono finita dentro lo stesso.

Ritorno in sala felice, pronta a servire tutti i tè che tuo padre e i tuoi fratelli vorranno bere. Ha tutto un altro effetto ora. Ora che sono cosciente che saranno gli ultimi. Andremo in Italia e saremo lontano da tutto questo. Potremo avere la nostra vita. Amarci per davvero, senza doverci nascondere. Avere la nostra intimità. Potrò crescere il bambino senza sentire ogni volta i commenti di chiunque. Chissà che bel posto dev’essere l’Italia. Forse le donne sono più rispettate, forse le persone si possono amare per davvero. Di sicuro ci sono scuole migliori e non ci sarà la guerra. Nostro figlio potrà studiare e chissà cosa diventerà. Un medico, magari un avvocato o forse un professore, chi lo sa. Magari anch’io potrò ricominciare a studiare, magari terminerò gli ultimi esami che mi sono rimasti e mi laureerò in Italia. Sarebbe fantastico.

Servo il tè a tuo padre e lo guardo fisso negli occhi.
Goditeli questi, perché sono gli ultimi dalle mani della nuora che non ti meriti“, vorrei dirgli, ma non posso. Qui dentro sono un oggetto e continuo a comportarmi come tale. Torno a sedermi sulla sedia vicino alla porta. Ora sì che mi sento bene. Cerco i tuoi occhi e finalmente li trovo. Mi accorgo che anche tu stai meglio, ora. Forse non me l’hai detto perché sapevi che ti avrei risposto di no. Hai fatto bene, dannazione. Hai fatto bene a non dirmelo, hai fatto bene a decidere tu per noi. Quanto ti amo. E non vedo l’ora di amarti ancora di più quando saremo là. Andremo in Italia e saremo felici. Felici per davvero.

Gezim Qadraku

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Ero felice

Mentre osservavo il miscuglio di colori che dipingevano il cielo, mi tornò alla mente il passaggio di un libro che avevo letto tempo addietro. Non ricordavo esattamente le parole che l’autore aveva utilizzato, ma descriveva la magia di essere felici ed essere in grado di accorgersene.
Non succede quasi mai, se ci si pensa.
Fa sempre più clamore l’infelicità o un periodo negativo che un bel momento.
In quegli istanti mi resi conto che mai mi sarei potuto dimenticare quel periodo.

Quella era stata una di quelle giornate che preghi affinché possano durare per l’eternità. Mancavano ancora una manciata di minuti prima che le persone terminassero la propria giornata lavorativa e intasassero le strade.
Pareva che la poca natura ancora presente in città si stesse godendo l’ultimo respiro prima di assistere alla solita corsa degli esseri umani.

Era ancora inverno secondo il calendario, ma il calore che i raggi di sole sprigionavano davano la sensazione che la primavera volesse iniziare il suo corso in anticipo.
Tutto pareva essersi vestito dell’indescrivibile colore del cielo, un arancione roseo che lasciava senza fiato.
Non vi erano dubbi, sarebbe stato un tramonto coi fiocchi. Ero uscito a fare due passi dopo una calda e infinita doccia rigenerante. Ero solito provare dei brividi di freddo quando uscivo a quell’ora, soprattutto dopo essermi lavato. Quel giorno però si stava divinamente.

Il leggero giubbottino primaverile si era rivelata la scelta giusta. Camminavo senza una vera e propria destinazione, lasciandomi colpire dai raggi di sole e cercando di godermi i suoni di ciò che mi circondava. Le grida dei bambini al parco giochi, i freni delle automobili al semaforo rosso, il cinguettio degli uccelli e il leggero venticello che mi accarezzava i capelli. Decisi che la cosa migliore da fare era trovare un posto che mi permettesse di avere una visuale dall’alto della città. Volevo trovarmi nel posto più alto possibile per godermi l’arrivederci del sole e l’arrivo del buio.

Ero proprio felice in quel periodo e la cosa buffa è che non vi era un motivo ben preciso. Per anni, come penso tutti, avevo erroneamente collegato la felicità a un traguardo, a una persona o comunque sempre a un qualcosa. Quello è sicuramente stato il periodo più felice della mia vita, nonostante fossi lontano da tutto ciò che di più caro avevo. Eppure di niente e di nessuno più mi importava e per la prima volta la persona che guardavo allo specchio mi piaceva.

Era una felicità inspiegabile e che nessuno avrebbe potuto comprendere. Non persi tempo per provare a condividerla. Mi ricordai delle parole di Oscar Wilde, scrisse che quando una persona gli piaceva non ne rivelava il nome per gelosia.
Lo stessi feci io con quella parte della mia vita, non la manifestai a nessuno e provai a godermela fino all’ultima goccia. Ricordo un particolare di quei momenti, guardavo sempre in alto.
Fissavo il cielo e provavo ad accarezzare le stelle.
Ero felice e tutto mi sembrava possibile.

Gezim Qadraku

Foglie d’autunno

Avevo impostato la sveglia presto per oggi, 7:00. Ho bisogno di dare un cambiamento netto alla mia vita. Ho deciso di lasciare lo smartphone sulla scrivania, così che dovevo per forza alzarmi dal letto per spegnere la sveglia.
Quante me ne sono dette in quell’istante. Mi sono alzato, a momenti cadevo, l’ho spenta e ho immediatamente guardato il letto, con la volontà di buttarmici dentro. I sensi di colpa però mi hanno impedito di farlo.

Mentre aspetto che il latte bolla, preparo la mia tazza blu con l’emoji sorridente. La guardo e cerco di ricordarmi da quanto ce l’ho, dovrei cambiare anche lei. Ci butto dentro un cucchiaio di zucchero di canna e mezza bustina di Nescafé, nel frattempo sento che il latte è pronto. Lo verso nella tazza e per un soffio non esce fuori. Faccio per prendere la tazza e dirigermi verso la scrivania, ma penso che sia troppo rischioso, il latte uscirebbe facilmente e inizierei la giornata sporcando il pavimento.

Allora decido che è meglio berne un pochino e inizio a girare il cucchiaio fino a quando il caffè si è mischiato con il latte, dando vita a un colore marrone uniforme. Faccio un sorso, quanto basta. La temperatura è perfetta, ho spento il fornello nel momento esatto. Qualcosa di giusto ogni tanto. Mi dirigo alla scrivania, appoggio la tazza e torno in cucina a prendere i muesli. Mi accorgo che sono quasi finiti, ce ne sono abbastanza per oggi e domani, di più non credo. Devo ricordarmi di comprarli quando vado a fare la spesa sabato. Sarebbe meglio se me lo appuntassi da qualche parte, ma poi mi dico che tanto me lo ricorderò, consapevole che invece mi dimenticherò e già mi immagino la scena di me incazzato dopo essere tornato dal supermercato ed essermi accorto di non averli comprati.

Torno alla scrivania e verso un po’ di muesli nella tazza. Inizio a mescolare aspettando che si ammorbidiscano. Guardo fuori dalla finestra. Tutto sembra colorato di grigio nebbia, l’autunno è arrivato. Finalmente mandarini e castagne, tè caldo alla sera e domeniche sotto le coperte a guardare Netflix.

Mentre giro il cucchiaio ripenso a ieri. Ai silenzi pesanti di Greta. Si è rotto qualcosa tra di noi. Abbiamo parlato pochissimo. La serata è scappata via senza sfiorarci. Giusto il bacio iniziale e quello della buonanotte. È finita, non c’è più niente da fare. Non la sento presente quando siamo insieme, è da un’altra parte. Controlla sempre ansiosa il cellulare, risponde confusa, non c’è più. Non mi vede più. Penso che se non le scrivessi si dimenticherebbe della mia esistenza. Sto male, è come se qualcuno mi stia sparando un proiettile al giorno dritto nel cuore. Così è ancora più doloroso, la sua indifferenza mi uccide.

Starà sentendo qualcun altro, ne sono sicuro. Non so che fare, non so neanhe se ho voglia di provare a salvarla la nostra relazione. Voglio provare a salvare me stesso questa volta. Concentrarmi sulla mia vita e il resto che si fotta pure. Non ho più tempo, ho corso tutta la vita dietro alla gente, ho perso pezzi per salvare relazioni e non è servito a nulla. Sto andando avanti senza parti di me, le ho buttate via per gli altri. Se almeno l’avessi fatto per me avrebbe avuto senso.

Finalmente i raggi di sole iniziano a bucare il grigio denso della nebbia, i muesli sono morbidi abbastanza. Guardo le foglie colorate cadute ai bordi della strada e mi pare di vedere me stesso. A terra, non preso in considerazione, pronto ad essere spazzato via da una leggera folata di vento senza neanche la forza di opporre resistenza.

Gezim Qadraku.

Scatta, modifica, pubblica

Li osservavo, mentre indaffarati si precipitavano giornalmente su ciò che aveva attirato la loro attenzione.
O meglio, su ciò che pareva essere diventato l’unico motivo per il quale vivere.
La condivisione della propria quotidianità con il mondo della rete.
Si affannavano a scattarsi fotografie e a mostrarsi felici e completi. Il picco di questo impegno lo si notava durante le feste.
Immagini di famiglie sedute a tavola, di gite fuori porta o di radunate tra amici per passare quella festività insieme.
Una valanga di scatti, foto e video. Ogni creazione accompagnata da una frase banale e ripetitiva che la si ritrovava nel profilo di qualcun altro.

Il processo era sempre il medesimo: posizionati, sorridi, scatta e controlla. Riposizionati, sorridi di nuovo, scatta e ricontrolla. Così fino a quando il risultato catturato dalla fotocamera era abbastanza finto da sembrare perfetto. Per raggiungere il livello estetico più alto i social network mettevano a disposizione programmi per modificare le foto. Una volta raggiunto l’apice della bellezza, l’ultima e la più importante delle azioni: pubblica.

Pubblica la tua foto finta che utilizzi per far sembrare la tua vita felice.
Pubblica e condividi tutto ciò che fai con persone che fingono di interessarsi a te.
Scatta, modifica, pubblica.
Fallo di nuovo.
Poi di nuovo ancora.
Continua così fino all’infinito.

Li osservavo e ridevo.
Mi lasciava senza parole l’impegno che impiegavano nel scattarsi una foto e la cura maniacale nel ritoccarla.
Ogni tanto giocavo a prenderli in giro. Commentavo qualche contenuto, facevo un paio di complimenti e nelle risposte vedevo questa esplosione di felicità. Ci credevano davvero alle mie parole.
Quando mi divertivo. Erano così tristi e frustrati, ma non se ne sarebbero mai accorti.
Avrei voluto essere come loro, riuscire a impegnarmi in quella maniera in azioni tanto futili.

Gezim Qadraku

Passeggiata

È stata una calda giornata di ottobre. Oggi pomeriggio la temperatura è salita fino a 26 gradi. Da non credere, sembrava estate.
Decidiamo di approfittare di questo bel clima e usciamo a fare una passeggiata.
La pizza ci ha riempiti e vogliamo provare a smaltirla in qualche modo.
Ci prepariamo in fretta perché tra poco sarà buio.
Metti il guinzaglio ad Ako, il piccolo pastore tedesco che da un anno ha movimentato la nostra quotidianità. 
Porto la spazzatura e vi raggiungo.


Saliamo sulla collinetta dietro ai palazzi.
Tu e Ako correte insieme mentre io vi seguo camminando lentamente.
Osservo i colori della natura e penso che l’autunno sia una stagione spettacolare. Ci sono foglie ovunque, per terra, in aria e qualcuna ancora abbracciata ai rami.
Arancione, giallo, rosso fuoco. È un’esplosione meravigliosa di colori.


Arriviamo in cima alla stradina.
Continui a giocare con Ako, gli lanci la pallina e provi a prenderla prima di lui. Sembrate due bambini al parco giochi.
Osservo il nostro paesino dall’alto, poi mi guardo intorno.
Ci siamo solo noi qua sopra.
La pace dopo una giornata come tante di lavoro.


Mi vieni in contro, Ako ti segue.
“Cos’hai?” mi chiedi.
Ti guardo, ti accarezzo la guancia e ti abbraccio.
“Sono felice” ti rispondo.


Mi stringi forte.
Una foglia gialla si appoggia sulla tua testa.
Ako cerca di infilarsi tra noi.
Sorridiamo. Ci stringiamo ancora più forte.
Gli ultimi raggi di sole si godono questo spettacolo.


Attimi di noi.
Sprazzi di felicità.

Gezim Qadraku

Muri

Quando decidi di costruirti un muro attorno ti senti ricordare il solito monito: “fai attenzione a ciò che lasci fuori”. Chiunque nella sua vita abbia optato per questa soluzione, lo ha fatto perché ha sentito un grande bisogno di isolarsi. E se una persona decide di abbracciare la solitudine, lo fa perché non vede altre strade percorribili.

Esattamente come coloro che scelgono di lasciare il proprio paese ed emigrare, cercando un futuro migliore da qualche altre parte. Stare da soli non è facile. Farlo per davvero intendo. C’è chi scappa e non ha bisogno del muro. Semplicemente va a vivere lontano da tutto e tutti. Oppure ci sono quelli che rimangono, ma iniziano a mettere su mattone sopra mattone, lasciando fuori tutto quello che reputano dannoso.

A volte si finisce per considerare dannoso ciò che fino a poco tempo prima si pensava parte fondamentale della proprio vita. Sono convinto che tutti abbiano iniziato a prendere in considerazione la solitudine nel momento in cui si sono accorti di non essere ascoltati. Abbiamo tutti bisogno di confidarci, di esprimere le nostre paure, di condividere le nostre gioie con qualcuno.

Smettiamo di farlo quando ci rendiamo conto che nessuno ci ascolta. Quando chi ci sta attorno ci chiede perché facciamo una determinata cosa, ci domanda che percorso di studi abbiamo scelto – dopo averglielo ripetuto migliaia di volte – quando chi dice di volerci bene e di essere pronto a fare qualunque cosa per noi e non riesce nemmeno a ricordarsi la data del nostro compleanno se la togliamo dai social network. Mentre chi solitamente non si sente ascoltato ricorda ogni dettaglio importante della vita degli altri. 

Se dici di voler bene a qualcuno, di amare una persona, ti ricordi tutto di lei. Palahniuk ha scritto che la gente ci chiede come abbiamo passato il weekend solo perché vogliono raccontarci il loro.

E così quel monito iniziale non fa più alcuna paura.
Si è pronti a lasciare fuori il più possibile da quel muro.
Col passare del tempo ci si accorge di essere soli.
Prima lo si accetta e prima si inizia a vivere per davvero.

Gezim Qadraku

L’amore

Ho incontrato un uomo l’altra sera
Anziano, aveva 85 anni
Mi ha raccontato la sua vita
Mi ha detto che ha trascorso 65 anni insieme a una sola donna

Ha baciato solo le sue labbra
Ha fatto l’amore soltanto con lei
Ha accarezzato soltanto le sue mani
Ha avuto occhi solo per lei

Gli ho chiesto come avessero fatto,
com’era possibile una storia del genere
Mi ha detto che ai tempi c’era più fiducia
C’era voglia di stare insieme

Anche quando le cose andavano male
Ci si amava per davvero
Si credeva in quel sentimento
Si era disposti a dare la propria vita per amore

Gezim Qadraku.

Ti ho cercata

Ti ho cercata tutta notte
Ho sognato soltanto te
Ci siamo incontrati nei sogni, come succede da tanto tempo
Ti rincorrevo e tu continuavi a scappare

Volevo parlarti
Non so cosa avessi da dirti di preciso
Correvo più forte che potevo
Ma tu eri sempre più veloce

Ho aperto gli occhi e ho continuato a cercarti
Nel letto non c’eri
Non ci sono più tracce di te
La stanza odora della tua assenza

È un odore atroce, non è rimasto niente del tuo profumo
Ne è passato di tempo
Avrei dovuto abituarmi della tua assenza, ormai
Ma come faccio a dimenticarmi di te?

Gezim Qadraku

Torno presto

Sono all’aeroporto. Aspetto un amico che torna da Londra dopo due mesi di lavoro. Lo speaker annuncia che l’aereo è in ritardo di mezz’ora. Non avendo molte opzioni decido di intraprendere una camminata senza meta. Vago per un po’, finché non raggiungo i gate delle partenze.

La mia attenzione viene subito catturata da un bambino e quello che dovrebbe essere suo padre. Mi rapisce il modo in cui il piccolino è incollato al genitore. Mi siedo su una panchina e continuo a osservarli. Già me lo immagino come andrà a finire questa storia.

Dopo un paio di minuti il padre abbraccia la sua donna con un gesto commosso e profondo. Restano attaccati l’uno all’altra per un tempo indefinito. Quando si staccano, entrambi hanno gli occhi lucidi.  Lui un po’ meno, mentre lei non riesce proprio a trattenere le lacrime. È un colpo al cuore guardarla, mi fa male. Cerca di nascondere la commozione guardando in alto e sistemandosi gli occhiali da sole. Non vuole che il bambino la veda in quello stato.
Il padre si sta trattenendo perché ora arriva la parte impossibile. Si abbassa verso il suo piccolino, gli accarezza i capelli e tira fuori un sorriso forzato, combattuto, mentre riesce nell’esercizio complicatissimo di mantenere le lacrime all’interno del suo corpo. Riesco ad avere un’idea chiarissima della potenza del nodo alla gola che sta provando.

Lo abbraccia forte e il figlio si aggrappa letteralmente al suo corpo. È un’istantanea, un flash. Ci dovrebbe essere qualcuno – per ognuno di noi –  che fotografa o riprende certi attimi della nostra esistenza. Quel gesto andrebbe mostrato nelle scuole per spiegare il significato di genitore, di figlio, di famiglia.
È impossibile pensare che quei due corpi possano staccarsi. Sarebbe come chiedere, o aspettarsi, che un evento naturale smetta di seguire il suo corso. Domandare ai fiori di non sbocciare in primavera o all’acqua dei fiumi di non nutrire i mari. Non lo si può fare.
La madre è costretta a fare ciò che non vorrebbe. Tira a sè il bambino con un gesto rapido, tentando in qualche modo di ridurre il dolore. Come se fosse possibile.

Leggo il labiale del padre: “torno presto”.

Il bambino lo sa che gli sta mentendo e scoppia in un pianto scrosciante. Si gira e abbraccia le gambe della figura materna. Lei guarda il suo uomo, gli accarezza dolcemente il viso e gli dice di andare. In cuor mio, egoisticamente, auguro a me stesso di avere la fortuna di trovare una donna del genere.
Lui guarda il piccolo e poi volta le spalle alla sua famiglia.

È assordante il vuoto che si viene a creare. Per un attimo penso che tutto l’aeroporto si sia fermato e li stia osservando. Non sento nulla. Riesco solo a percepire il dolore di quelle tre persone che aumenta vertiginosamente ogni secondo che passa.

Le conosco queste storie. Le ho già sentite quelle parole. Lo so come si sente quel bambino. Non capisce perché il padre stia facendo una cosa così tremenda come andare a lavorare in un posto lontano. Si sente tradito e non ha torto. Ma quello che non sa è che il padre sta facendo quella brutta cosa solo per lui. Per non fargli mancare nulla ora che è piccolo e soprattutto per potergli, in un certo modo, assicurare un futuro quando sarà grande.

Lo capirà quel bambino, comprenderà tutto questo quando sarà cresciuto. Ma ora non gli importa. Adesso vuole soltanto avere suo padre lì con lui per giocare e andare a mangiare il gelato insieme.

Quello che il padre invece non sa è che si perderà per sempre pezzi di vita del figlio. Si lascerà scappare giorni, mesi e forse anni. Questo durerà finché non riuscirà a portarselo con sé o deciderà di tornare. Potrà capitare, se il periodo di distanza si dovesse prolungare per troppi anni, che quel figlio non sarà in grado di riconoscerlo e andrà nelle braccia di qualcun altro quando lui sarà tornato.
Chiederà a sua madre: “chi è quest’uomo?”.

E allora quel padre si addosserà tutte le colpe del mondo. Si domanderà se ne valeva la pena far soffrire la propria creatura. Vivere lontano dalla sua famiglia e poi tornare per non essere riconosciuto.
Ciò che si sono domandati almeno una volta nella vita tutti quelli che hanno lasciato la propria terra: “ma ne valeva veramente la pena?”
Già, come se un semplice essere umano fosse in grado poter rispondere a un quesito del genere.

Do un’ultima occhiata a quel bambino e mi tornano in mente i racconti di mia madre. La foto di noi tre, con mio padre che mi teneva in braccio pochi giorni dopo la nascita accanto a mia madre,  che le chiedevo di baciare prima di addormentarmi mentre lui non c’era. Quando poi lui tornò e le dissi di farlo dormire sotto il letto, quell’uomo.
Non lo chiamavo più papà. Era diventato quell’uomo. Ne era passato di tempo da quando era andato via e io ero soltanto un bambino. Non avevo colpe, neanche mio padre ne aveva. Non è colpa di nessuno in realtà, è la vita.
Mi sono sempre chiesto come si sia sentito lui, ma non ho avuto mai il coraggio di domandarglielo direttamente.

Esco fuori a fumarmi una sigaretta e prego che nessun padre debba essere costretto a prendere decisioni del genere.

Gezim Qadraku.