Dove ho visto il razzismo

Venerdì sera ho parlato al telefono con mia madre e lei a un certo punto ha iniziato a commentare quello che sta succedendo negli Stati Uniti.
Ha detto che è rimasta scioccata, che non è riuscita a guardare il video, che non pensava che gli USA fossero un paese del genere.
L’ho fermata subito e le ho detto di non commettere l’errore di pensare che solo là, dall’altra parte dell’oceano, il razzismo sia ancora un problema. Per farla arrivare dritta al punto ho voluto spiegarle come il razzismo sia presente anche tra la nostra gente, gli albanesi del Kosovo.

In primis contro noi stessi. Perché noi siamo tutti albanesi quando c’è la guerra, quando gli albanesi del Kosovo sono scappati in Albania e hanno trovato rifugio.
Siamo tutti albanesi quando la nazionale di calcio si qualifica all’Europeo.
Siamo tutti albanesi quando c’è da difendere le minoranze albanesi in Macedonia, Grecia, Montenegro o Serbia.
Siamo tutti albanesi quando un/a cantante di nazionalità albanese diventa famoso/a, c’è da andarne orgogliosi e cerchiamo di farlo notare in tutti i modi possibili che sia albanese. “Perché abbiamo anche cose buone.”

Eppure sin da piccolo ho sentito famigliari e amici distinguere la nostra gente in base a dove abitassero in Kosovo. Questo esercizio trovava il suo apice nei matrimoni.
Il primo commento verso la sposa riguardava la sua provenienza.
È cresciuta in una città? Se sì, quale e dove? Nord, Sud, Ovest o Est.
Oppure arriva da un villagio? Mmm, ancora peggio. Molte volte detto da persone che a loro volta erano cresciute e ancora vivevano in un villaggio. Giusto per fare il primo esempio che mi è venuto in mente.
Un fattore in questo contesto era la distanza che separava la città o il villaggio con quello della sposa. Vicini? Ok. Lontani? No, perché allora lei e la sua famiglia sono “diversi”.
Ma come, mica siamo tutti albanesi?
Ecco, siamo albanesi quando ci fa comodo, poi quando il figlio si sposa è bene che la moglie abiti nelle vicinanze. In tutto questo provate a immaginare cosa può pensare l’albanese medio di tutti coloro che non sono albanesi. Ecco, buona fortuna.
Per non parlare di cosa potranno dire di me che critico la mia gente. Va beh, questa è un’altra storia.

Questo discorso sul razzismo della nostra ha avuto un effetto su mia madre. È rimasta in silenzio per un po’. Presumo non avesse mai pensato a questa cosa.

Ora continuo con voi. Ho visto il razzismo in Kosovo, ma l’ho visto anche in Italia, dove ho vissuto per vent’anni.
In Italia è stato a tratti comico, perché ho scoperto come le credenze sulle quali un razzista costruisce i suoi ideali possano essere smontate con una facilità irrisoria e non abbiamo alcuna coerenza.
Vi spiego. Ho avuto amici che col passare degli anni ho scoperto essere razzisti. Nel momento in cui l’ho scoperto ho chiesto a loro perché con me non lo fossero stati, perché non mi avessero mai insultato, perché non mi avessero mai chiesto di tornare al mio paese. Nel loro caso non si trattava di un razzismo soltanto contro persone dal colore della pelle differente, era un razzismo (lo è ancora) contro qualsiasi straniero vivesse in Italia. Insomma, i famosi immigrati che porterebbero via il lavoro ai figli di papà.
Dopo aver fatto notare a questi miei amici che io facevo parte di quel gruppo di persone che loro avevano e tutt’ora insultano, la risposta ricevuta ogni volta è stata la medesima.

 

“No ma tu sei diverso.”

 

No, non sono e non ero diverso. Mi è andata bene perché non ho mai avuto l’accento da straniero o da albanese. Non calcavo la elle o la erre. Se mi sentite parlare e non mi conoscete penserete che io sia di Milano.
Mi è andata bene perché giocavo a calcio ed ero bravo, quindi ero utile alla società.
Mi è andata bene perché mi vestito più o meno come i miei amici. Se c’era da avere le Adidas avevo le Adidas, se c’era da avere le Nike avevo le Nike. Insomma, ero parte del gruppo ed era impossibile capire che non fossi italiano. Sembravo uno di loro, ma non lo ero.
Quindi non meritavo gli insulti razzisti solo perché il mio accento e i miei vestiti erano conformi a quelli del gruppo dei miei amici italiani?

A quanto pare è proprio così. Il mio caso trova conferma nella storia di questo ragazzo di colore, che dopo essere stato malmenato da ragazzi bianchi perché nero, fa di tutto per diventare bianco e viene accettato dal gruppo che lo aveva malmenato.
Lui si integra, loro però continuano ad avere un atteggiamento razzista contro i neri, ma non contro di lui, perché lui nel frattempo – secondo loro – è diventato diverso da quelli neri. Per diverso si intende che veste come i suoi amici bianchi, ascolta la loro musica e parla come loro, ma è pur sempre nero. Quindi il fattore che ha fatto sì che loro lo menassero è ancora presente, ma ora loro lo considerano diverso, lo considerano come uno del gruppo. È un cortocircuito e mostra la stupidità di questo fenomeno.

Ecco il link del documentario:

https://www.internazionale.it/video/2019/02/20/black-sheep-razzismo-oscar

Questo per dire che non dobbiamo commettere l’errore di puntare il dito contro gli Stati Uniti e pensare che sia un problema esclusivamente loro. No, il razzismo c’è ovunque. Leggendo e studiando ho scoperto di odi tra etnie, popoli, Stati, regioni e religioni che non mi sarei mai immaginato. Perché non è solo una questione di bianco e nero. È un fenomeno che si attacca alla minima differenza fisica, culturale o religiosa e finisce per diventare violenza. Perché si inizia ammanettando una persona per aver commesso un reato, poi dato che è nero si finisce per ucciderlo. È un attimo.

Ho visto ebrei razzisti contro i musulmani. Ho letto di europei razzisti contro gli asiatici. Ho letto di neri razzisti contro i bianchi. Ho visto albanesi razzisti contro gli albanesi. Ho visto italiani del nord essere razzisti contro gli italiani del sud.

Quindi pare che siamo tutti razzisti. Scomodo, vero?

Ero razzista anch’io, avevo dei preconcetti pure io da piccolo. Non sono cresciuto in un ambiente dove la cultura, lo studio e la ricerca stavano al primo posto, anzi. Se non avessi avuto il privilegio di studiare sarei ancora razzista. Sì, proprio io che sono cresciuto in un paese straniero.

Ho letto, ho studiato, mi sono interessato a culture e popoli diversi. Questo mi ha permesso di conoscere l’altro, per quanto sia possibile farlo senza visitare un posto, ma è comunque un buon primo passo leggere degli altri, delle usanze, delle credenze di un altro popolo.
Ciò che mi ha aiutato più di tutto è il fatto di conoscere almeno una persona di ogni continente. Questa è stata la scintilla, parlare con persone di ogni parte del mondo e rendermi conto che non ci sia nessuna differenza tra noi, che tutti quei pregiudizi e quelle convinzioni ci sono state inculcate da fattori come l’educazione in famiglia, la preferenza politica di nostro padre, le amicizie, il periodo storico nel quale stiamo vivendo, ecc…

Quindi, il razzismo c’è ovunque.
Si risolverà? Io non credo. Purtroppo sono realista e non mi piace sognare troppo, soprattutto se si parla di un problema come questo radicato nell’essere umano da tanto, troppo tempo.

Se c’è qualcosa che mi sento di consigliarvi è di dare un peso minore alle foto che postate su Instagram e a concentrarvi di più sulla vita reale. Pubblicare una foto con lo sfondo nero non vi dà nulla. È un esercizio troppo facile che non cambia la vostra mentalità. Dopo i primi like che ricevete vi sentite appagati e non colpevoli, vi siete già dimenticati della storia. Trascorrere una serata a parlare con una persona di un altro continente può cambiarvi la vita. Ok, magari la vita no, ma di sicuro modificherà radicalmente l’idea che avete delle persone che ritenete diverse da voi.

Vi auguro di poter avere, come me, almeno un amico per ogni continente.

Gezim Qadraku

 

Those summers in Kosovo

Returning to Kosovo every summer meant being able to finally breathe the air of freedom. After nine months of inflexible hours, school, homework, tests and questions, I always had at least a month of pure fun. I spent most of my time in the village where my father was born and raised. There, togethere with my cousin and other boys, I am sure I reached the peak of happiness.

We were a group of six or seven children. I was the youngest. We spent our afternoons playing in the endless meadows of the countryside. They’d take the cows out to pasture, and one always had the ball with him. We’d go and challenge the other children in the village. I used to play football in Italy, I trained twice a week and did everything according to the rules. But there, among them, I looked like a fish out of water. I thought I was playing another game. They were better, faster, stronger. Growing up, I always wondered where they’d get to if somebody gave them a chance.

Those afternoons were beautiful. We didn’t just play football, we stole the cobs and ate them together. We’d divide up our duties. Three went to take the cobs. Two were the field workers, while one was outside to check if the owner arrived. The other three or four stood at the base, which was nothing but the shadow of an oak tree. Down there we prepared the wood and the fire. We grilled the cobs. By looking at our faces, it was like someone had opened us the doors of a starred restaurant. Those weren’t just cobs. It was the organization of a theft, the anxiety of waiting, the adrenaline of those who had to carry out the plan and then the happiness of being able to enjoy them together.

I felt good in their midst, even though I was totally different. I had everything: original shoes, beautiful, clean and ironed clothes. A simple life in Italy and the possibility to think of a rosy future. They had nothing, but I didn’t know that.
How I cried every time I had to go back to Italy. I wanted to stay with them, and I would have given everything just to stay in Kosovo.
They never told me anything, but who knows how they envied me. And I was so stupid to barter my wealthy life for their nothing.

I liked everything about them. Even when they got dirty playing, I had the feeling that their dirt was more beautiful than mine, more original. Even the mud or dust looked good on them. How many times I think back to those moments listening to the beautiful notes of “Il ragazzo della via Gluck“. I get emotionally touched every time.

The memory of the best food I’ve ever eaten is also linked to those moments. No, I’m not talking about grilled cobs.
When we went out to play, our mothers knew we’d be late, and at some point, we’d be hungry. So Mom would always make me a sandwich with sliced tomatoes and a generous amount of salt. A simple sandwich, actually, quite a thin one if I think about it.
It was the end of the world, believe me. When the tomato juice wet the bread, and there was salt in that piece, a mixture came to life that made me literally fly.
God, what happiness.

Mom used to yell at me when I went out too often to play with my friends. She used an expression that can’t be translated into English, Sokak. The word refers to the narrow streets that separate houses in a village or town. But it is the way it is used and all the meaning it is given to create a world of its own. Mom always told me not to stay in Sokak all day. It was like, to try to say it in English, a sort of reminder not to spend the whole day walking around the village wasting time.

She wanted me to study to do my homework, but all I cared about was playing football with my friends. They protected me from that world of unwritten rules, pride and courage. Something far away from the concept of fun that there was in Italy when I played after school in the park with my classmates.

They were all wearing old, ugly, dirty clothes and I wanted them. I dreamed of being like them, but instead, I had much more beautiful stuff. I was ashamed of myself.
One day I realized where they were buying those bad things I liked so much. I also saw that they were really cheap, and I began to understand something of their reality. I was at the market with my parents, which in Albanian we call pazar, from bazaar. You should spend a day in this place, you would understand so much about our people. The manners of the salesmen, the kindness and willingness to give you credit for one, two or three weeks. The atmosphere, the smells and the sounds. Try to ask to buy a single pepper and receive all the crate that will contain at least thirty.

“Oh no, they’re too many. I only need one.”
“But ma’am, you don’t want to buy a single pepper, do you? Come on, one euro and take it all.”

And you can’t say no. And it’s nice that way.

Now it happens, when I come back, less and less, unfortunately, to meet those boys again. They’ve grown, they’ve become men. They’ve started a family, a home and their lives have taken an acceptable path. But it’s as if nothing has changed when they see me. We meet in the most unthinkable places, even if for me every time it is as if someone catapults us on the meadows of our beloved countryside. We talk, discuss the present and how things have changed. They are even kinder than before, and I feel uncomfortable every time. I wonder why I deserved such a blessed life, and they didn’t.

I meet Amir, and I’m reminded of what his reality was like as a child. He lived about 50 yards away from my cousin. We were separated by a hill that people used to take out the garbage. Behind the trash was Amir and his family. One afternoon we went to his place. I don’t remember why. They didn’t have a house, they lived in a shack. The roof was open, and the place was tiny. I don’t remember how many members there were in total, also because every day I discovered a new brother or sister. You should see it now Amir and his two-floor house built with who knows how many sacrifices. He takes me in there proudly and introduces me to his wife Jetmira, who is pregnant.

It’s a boy,” he tells me excited. There are a lot of photos in the living room. The biggest one is of his father, who left too soon. I’m in one also. That’s us in the group, all together in front of my cousin’s house. I get touched, can barely keep my tears inside. I didn’t expect that picture. It’s an avalanche of emotion that’s hard to handle.

We drink coffee, eat some dessert, and they’re all trying to hold me back for dinner. I tell Amir that I’m already invited for dinner elsewhere. That’s the only reason that convinces him to give up. I greet Jetmira with a handshake and give Amir a big hug. I leave their nest and head towards my cousin, who is waiting for me for dinner.

While walking, I think about the life I have led in Italy and that of my Italian friends. Sometimes I wonder what happened to our childhood if we did nothing but complain about what we missed. The Play-Station game, the branded shoe, the moped, etc…

I grew up among people who were economically well, who could afford everything a human being needs to live well. Still, I realize that they gave me nothing. They taught me how to choose restaurants, how to eat certain dishes and how to dress on certain occasions.
Poor people have given me so much. I always feel comfortable with them, even if I’ve never been poor. They have suffered, they have something to tell you, you can find life in their eyes. And if fate was not too cruel and they still have the strength to laugh; well, in those smiles, you will understand why life is the best thing that could have happened to you. The poor have taught me and shown me the meaning of the word happiness.

I arrive at the gate, and before entering, I take a look around. A lot of things have changed. The houses are all more beautiful now. The colours of the walls are bright, the road has been paved, an acceptable amount of water flows in the river, and there is no longer any sign of war. Despite all these differences, my mind recreates the images of those summer days. I see myself as a child running out of the courtyard to meet the boys in the group. I savour the taste of those sandwiches and hear our happy voices as we chase the ball. I’m reminded of the words at the end of the movie Stand by Me.

“I never had any friends later on like the ones I had when I was twelve. Jesus, does anybody?”

I walk into the courtyard and see my cousin on the balcony smiling at me. He tells me dinner’s ready. In my heart, I hope there are bread, tomatoes and salt.

Gezim Qadraku

Quelle estati in Kosovo

Tornare in Kosovo ogni estate significava poter finalmente respirare aria di libertà. Dopo nove mesi di orari inflessibili, scuola, compiti, verifiche e interrogazioni, mi aspettava sempre almeno un mese di puro divertimento. Passavo la maggior parte del tempo nel villaggio in campagna dov’è nato e cresciuto mio padre. Lì, insieme a mio cugino e altri ragazzi, sono sicuro di aver toccato l’apice della felicità.

Eravamo un gruppo di sei, sette bambini. Io ero il più giovane. Trascorrevamo i pomeriggi a giocare negli infiniti prati di campagna. Loro portavano le mucche al pascolo e uno aveva sempre con sé il pallone. Si andava così a sfidare gli altri bambini del villaggio. Io giocavo a calcio in Italia, mi allenavo due volte a settimana e facevo tutto secondo le regole. Ma lì, in mezzo a loro, sembravo un pesce fuor d’acqua. Mi pareva di fare un altro gioco. Loro erano più bravi, più veloci, più forti. Crescendo mi sono sempre chiesto dove sarebbero potuti arrivare, se qualcuno avesse dato loro una possibilità.

Che belli quei pomeriggi. Non si giocava soltanto a calcio, si andava anche a rubare le pannocchie per poi mangiarle insieme. Ci suddividevamo i compiti. Tre andavano a rubarle. Due erano gli addetti ad entrare nel campo, mentre uno stava fuori a controllare che non arrivasse qualcuno. Gli altri tre o quattro stavano alla base, che non era altro che l’ombra di una quercia. Lì sotto preparavamo la legna e il fuoco. Le mangiavamo alla griglia e a guardare le nostre facce pareva che ci avessero aperto le porte di un ristorante stellato. Non erano solo pannocchie quelle. Era l’organizzazione di un furto, l’ansia dell’attesa, l’adrenalina di coloro che dovevano mettere in atto il piano e poi la felicità di potercele gustare assieme.

Stavo bene in mezzo a loro, anche se ero totalmente diverso. Io avevo tutto: scarpe originali, vestiti belli, puliti e stirati. Una vita semplice in Italia e la possibilità di poter pensare a un futuro roseo. Loro non avevano nulla, ma io mica lo sapevo. Quanto piangevo ogni volta che bisognava tornare in Italia. Volevo restare con loro e avrei dato tutto quello che avevo pur di poter rimanere in Kosovo.
Loro non mi hanno mai detto niente, ma chissà quanto mi invidiavano. E io stupido che avrei barattato la mia vita agiata per il loro nulla.

Tutto mi piaceva di loro. Anche quando ci si sporcava giocando avevo la sensazione che il loro sporco fosse più bello del mio, più originale. Anche il fango o la polvere stava bene su di loro. Quante volte ripenso a quegli istanti ascoltando le meravigliose note de “Il ragazzo della via Gluck“. Mi emoziono ogni volta.

A quei momenti è legato anche il ricordo del cibo più buono che io abbia mai mangiato. No, non mi sto riferendo al mais alla griglia.
Quando uscivamo a giocare le nostre madri sapevano che avremmo fatto tardi e che a una certa ora avremmo avuto una fame da lupi. Allora mamma mi preparava sempre un panino con del pomodoro tagliato a fette e una generosa quantità di sale. Un panino semplice, anzi, piuttosto scarno se ci penso.
Era la fine del mondo, credetemi. Quando il succo del pomodoro bagnava il pane e in quel pezzo c’era del sale, prendeva vita un miscuglio che mi faceva letteralmente volare.
Dio che felicità.

Mamma però mi sgridava quando esageravo nell’uscire a giocare con gli altri. Usava un’espressione intraducibile in italiano, Sokak. La parola fa riferimento alle stradine strette che separano le case in un villaggio o in una città. Ma è il modo con cui viene utilizzata e tutto il significato che le viene dato a creare un mondo a sé stante. Mamma mi diceva sempre di non stare n’sokak tutto il giorno. Era come, per provare a dirla in italiano, una sorta di richiamo a non passare tutta la giornata a spasso per il paese a perdere tempo.

Voleva che studiassi, che facessi i compiti, ma a me interessava soltanto giocare a pallone con i miei amici. Loro mi proteggevano da quel mondo fatto di regole non scritte, orgoglio e tanto coraggio. Qualcosa di distante anni luce dal concetto di gioco e divertimento che c’era in Italia, quando trascorrevo il post scuola al parco con i miei compagni di classe. Loro indossavano tutti indumenti vecchi, brutti, sporchi e io li volevo. Sognavo di essere come loro, ma invece avevo tutta roba molto più bella. Me ne vergognavo.

Un giorno capii dove compravano quelle cose brutte che a me tanto piacevano. Vidi anche che costavano veramente poco e iniziai a comprendere qualcosa della loro realtà. Mi trovavo al mercato con i miei genitori, che in albanese chiamamo pazar, da bazar. Dovreste passarci una giornata in questo posto, capireste tanto del nostro popolo. I modi di fare dei venditori, la gentilezza e la disponibilità nel farti credito per una,due o tre settimane. L’atmosfera che si respira, gli odori, i suoni e i profumi. Provare a chiedere di avere un peperone e ricevere tutta la cassa che ne conterrà almeno una trentina.

“Ma no, tutti sono troppi. Me ne serve solo uno.”
“Ma signora, non vorrà mica comprare un solo peperone? Su dai, un euro e si prenda tutto.”

E non puoi mica rifiutare. Ed è bello così.

Ora capita, quando ritorno, sempre meno purtroppo, di incontrare di nuovo quei ragazzi. Sono cresciuti, sono diventati uomini. Hanno messo su famiglia, una casa e le loro vite hanno preso una via accettabile. Ma è come se nulla fosse cambiato quando mi vedono. Ci si incontra nei posti più impensabili, anche se per me ogni volta è come se qualcuno ci catapultasse sui prati della nostra amata campagna. Parliamo, discutiamo del presente e di come le cose siano cambiate. Sono ancora più gentili di prima e io mi sento a disagio ogni volta. Mi domando perché ho meritato una vita così fortunata e loro no.

Incontro Amir e mi torna in mente com’era la sua realtà da bambino. Abitava a una cinquantina di metri da mio cugino. A separarci c’era solo una collinetta che la gente usava per buttarci la spazzatura. Dietro all’immondizia c’era Amir e la sua famiglia. Un pomeriggio andammo da lui, non ricordo il motivo. Non avevano una casa, vivevano in una baracca. Il tetto era scoperto e il posto era minuscolo. Non ricordo quanti membri fossero in totale, anche perché ogni giorno scoprivo un fratello o una sorella nuova. Dovreste vederlo adesso Amir e la sua villa a due piani costruita con chissà quanti sacrifici. Mi ci porta dentro orgoglioso e mi fa conoscere sua moglie Jetmira, che è in dolce attesa.

È un maschio“, mi dice emozionato. Nel salotto ci sono un sacco di fotografie. La più grande è quella del padre, andato via troppo presto. Ci sono anch’io in una.  Siamo noi del gruppo, tutti insieme di fronte alla casa di mio cugino. Trattengo a stento la commozione. Non me l’aspettavo quella foto. È una valanga di emozioni difficile da gestire.

Beviamo il caffè, mangiamo qualche dolce e loro le provano tutte a trattenermi per cena. Dico ad Amir che sono già ospite da un’altra parte. È l’unico motivo che lo fa desistere. Saluto Jetmira con una stretta di mano e abbraccio forte Amir. Lascio il loro nido e mi dirigo verso mio cugino che mi aspetta per cena.

Durante il tragitto penso alla vita che ho condotto in Italia e quella dei miei amici italiani. A volte mi chiedo cosa ne è stata della nostra infanzia, se non abbiamo fatto altro che lamentarci di ciò che ci mancava. Il gioco della Play-Station, la scarpa di marca, il motorino, ecc…

Sono cresciuto in mezzo a persone che stavano bene economicamente, che potevano permettersi tutto ciò che serve a un essere umano per vivere bene, ma mi rendo conto che non mi hanno dato nulla. Mi hanno insegnato a scegliere i ristoranti, come si devono mangiare determinati piatti e come ci si deve vestire in certe occasioni. 

I poveri invece mi hanno dato tanto. Con loro mi sento sempre a mio agio, anche se io povero non lo sono mai stato. Loro hanno sofferto, hanno qualcosa da raccontarti, ci trovi la vita nei loro occhi. E se il destino non è stato troppo crudele e hanno ancora la forza di ridere; beh, in quei sorrisi capirai perché la vita sia la cosa migliore che possa esserti capitata. I poveri mi hanno insegnato e mostrato il significato della parola felicità. 

Arrivo al cancello e prima di entrare do un’occhiata intorno. Sono cambiate tante cose. Le case sono tutte più belle ora, i colori delle mura sono vivaci, la strada è stata asfaltata, nel fiume scorre una quantità d’acqua accettabile e non c’è più nessun segno della guerra. Nonostante tutte queste differenze, la mia mente ricrea le immagini di quei giorni d’estate. Vedo me stesso da piccolo che corre fuori dal cortile per incontrare i ragazzi del gruppo. Riassaporo il gusto di quei panini e risento le nostre voci felici mentre inseguiamo il pallone. Mi tornano in mente le parole del finale del film Stand by me.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Entro nel cortile e vedo mio cugino sul balcone che sorride nel vedermi. Mi dice che la cena è pronta. In cuor mio spero ci sia del pane, dei pomodori e del sale.

Gezim Qadraku

 

Which war?

There was war in Kosovo and I was in first grade.
There was war, but I didn’t know.
I never heard that word at home.
Yet our people died.
My grandfather died in those days and other relatives of mine.
My mother lost a part of herself forever.
And I didn’t notice anything.

There was war in my country and yet my life continued.
I went to school and training.
I used to play in the park with my classmates.
I used to watch cartoons, do my homework and who knows what I dreamed of becoming.
Maybe the astronaut or maybe a footballer.

There was war, but I didn’t know it.
My parents watched the news secretly.
They talked in a low voice with their relatives.
They were hiding everything from me.
They didn’t show the pain that was destroying them.

Then the war ended and we returned to Kosovo.
We entered a house I didn’t know about.
There was my grandmother, uncle, aunt, and my cousins.
My grandfather wasn’t there.
Maybe he is gone somewhere, I thought.
But then everyone began to cry and I understood.
I didn’t ask for anything because I immediately understood what had happened.
I had seen the damages the war had done after we got off the plane.
I had seen the houses destroyed by the flames, the marks of the bullets on the buildings, the streets full of holes, the faces of the people.
I was seeing the war now.
Now that it was over.

There had been war and I hadn’t noticed it.
Now that room full of people seemed to be the emptiest place that existed.
The walls were completely white and empty.
The furniture was ugly.
The people were sad.
No one laughed.
The smell of death was still there.
There had been war and it had ruined our lives, but I hadn’t noticed.

There had been war and I hadn’t seen my parents suffer.
They had hidden everything.
They had not shown the slightest pain.
Then I understood how much they loved me.
I told myself that I should have done the same with the people I loved.
I should have only shown them the happy part and never the sad part.
I should have never told them how much I was suffering.
I understood that that way I would have only made them feel bad too and I would have never forgiven myself.

There had been war and my parents had kept it all inside.
They had unwittingly taught me how to handle pain.
Crying inside.
To always show the smile.
Not asking for help.
To say that everything is fine.
There was war, but I didn’t know it.

Gezim Qadraku.

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Quale guerra?

C’era la guerra in Kosovo e io ero in prima elementare.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
Non la sentii mai quella parola in casa.
Eppure la nostra gente moriva.
Moriva mio nonno in quei giorni e altri miei parenti.
Mia madre perdeva una parte di se stessa per sempre.
E io non mi accorgevo di nulla.
C’era la guerra nel mio paese eppure la mia vita continuava.
Andavo a scuola e agli allenamenti.
Giocavo al parco con i miei compagni di classe.
Guardavo i cartoni, facevo i compiti e chissà cosa sognavo di diventare.
Forse l’astronauta o magari già il calciatore.

C’era la guerra, ma io non lo sapevo.
I miei genitori guardavano il telegiornale di nascosto.
Parlavano a bassa voce con i parenti.
Mi stavano nascondendo tutto.
Non mostravano il dolore che li stava distruggendo.

Poi la guerra finì e noi tornammo in Kosovo.
Entrammo in una casa che non conoscevo.
C’era la nonna, lo zio, la zia e i miei cugini.
Il nonno non c’era.
Forse è andato da qualche parte, pensai.
Ma poi tutti incominciarono a piangere e allora capii.
Non domandai nulla perché compresi immediatamente cosa era successo.
Gli avevo visti i danni che aveva fatto la guerra dopo che eravamo scesi dall’aereo.
Le avevo viste le case distrutte dalle fiamme, i segni dei proiettili sui palazzi, le strade piene di buche, le facce della gente.
La stavo vedendo la guerra ora.
Ora che non c’era più.

C’era stata la guerra e io non me ne ero accorto.
Ora quella stanza piena di gente mi sembrava il posto più vuoto che esistesse.
Le mura erano completamente bianche.
I mobili erano brutti.
Le persone erano tristi.
Nessuno rideva.
Si sentiva ancora l’odore della morte.
C’era stata la guerra e aveva rovinato le nostre vite, ma io non me ne ero accorto.

C’era stata la guerra e non avevo visti i miei genitori soffrire.
Avevano nascosto tutto.
Non avevano mostrato il minimo dolore.
Allora compresi quanto mi amavano.
Dissi a me stesso che avrei dovuto fare lo stesso con le persone a cui volevo bene.
Avrei dovuto mostrare loro solo la parte felice e mai quella triste.
Non avrei mai dovuto dire a loro quanto stessi soffrendo.
Avevo capito che così avrei soltanto fatto stare male anche loro e non me lo sarei mai perdonato.

C’era stata la guerra e i miei genitori si erano tenuti tutto dentro.
Mi avevano insegnato, senza volerlo, come gestire il dolore.
A piangere dentro.
A mostrare sempre il sorriso.
A non chiedere aiuto.
A dire che va tutto bene.
C’era la guerra, ma io non lo sapevo.

Gezim Qadraku.

(Wikiwand Images)

Il Kosovo esiste!

5-9-2016, un altro pezzo di storia per il Kosovo.
La prima, storica, partita ufficiale per la nazionale di calcio kosovara.
Ho dovuto aspettare ventitré anni per poter guardare la mia nazionale.
Avrei voluto essere lì, in Finlandia, con addosso quella maglia. L’ho sognato sin da quando ho iniziato a tirare i calci al pallone. Tutti sognano di diventare professionisti, di giocare per la propria squadra del cuore e difendere i colori della propria nazione.
Per me è stato diverso. Prima di tutto io mi sono sempre sentito diverso, come ogni straniero che è cresciuto in un paese che non è il suo.
Sei quello diverso, a partire dal nome.
“Ah ma non sei italiano?”
“No, sono kosovaro.”
“E dov’è il Kosovo?”
“Nei Balcani, vicino ad Albania e Serbia”
“Ma sulle cartine non c’è, il Kosovo non esiste.”
“Senti lascia stare”
“Ma quindi cosa sei?”

Sempre così, sempre a dover spiegare, a convincere gli altri che noi esistiamo, anche se le cartine non lo dicono, anche se non abbiamo una nazionale, anche se non siamo nella lista degli stati della terra.
Un’infanzia a chiederti perché? Perché questo, perché questa diversità. Sei diverso in Italia, perché sei quello straniero, durante le vacanze torni finalmente in quella che reputi casa, ma sei diverso anche là. Perché ti chiamano l’italiano.
Passi gran parte del tuo tempo a chiederti realmente chi sei, cosa sei.
Ho sempre sognato questo giorno, la prima partita ufficiale del Kosovo, e ogni volta c’ero io. C’ero io in mezzo al campo con la maglia della mia nazionale. Ho vissuto in Italia per vent’anni, non ho mai chiesto la cittadinanza, anche se avrei potuto secondo la legge.
Non l’ho fatto, perché non mi sono mai sentito un italiano.

“Ma il tuo paese non esiste!”

La situazione paradossale non faceva altro che aumentare la mia convinzione. Arriverà il giorno mi dicevo. Il giorno è arrivato.
E’ stato un sogno, da stasera sarà il mio incubo. Avrei voluto essere in campo, avrei dovuto essere in campo, ma non ce l’ho fatta. Colpa mia, sarà il rammarico che mi porterò dietro per tutta la vita. Ora che potrò guardare le partite della mia nazionale in televisione sarà ancora più dura.
A maggio la FIFA  ha accolto il Kosovo come membro e da quel giorno è stato un continuo contare i giorni fino ad oggi.

“A settembre, il 5, contro la Finlandia”.

Che attesa, pensare che solo poche ore prima della partita alcuni giocatori hanno avuto il via libera dalla FIFA, perché precedentemente erano stati convocati da altre nazionali.
Una giornata a guardare l’orologio, a controllare se qualche rivista di calcio ha scritto un articolo su di noi.
Finalmente la cena, il segnale che manca poco.

“Pà, Hetemaj ha chiesto di non giocare”
“Grande. Bravo!”
“Ujkani ha ricevuto l’ok dalla FIFA”
“OTTIMO”.

Si parla sempre di calcio a tavola, stasera stranamente un po’ meno. Stasera si aspetta, stasera si guardano le lancette.
Questo pezzo nasce in quei momenti, ogni due maccheroni guardo l’orologio e penso a cosa potrei scrivere. Devo prepararmelo prima, sarò troppo su di giri dopo la partita.
Finisco di mangiare, corro in camera. Ci sono vari link che danno la partita in streaming.
Li apro tutti, nel caso uno si blocchi, mi sposto sugli altri. Trovo la telecronaca in kosovaro, MERAVIGLIOSO.
20:30, porto il pc in salotto. Mio padre parla con qualche parente in Kosovo. Io sono già teso, lascio il pc in sala e giro per casa senza motivo. Pensare che avrei voluto essere lì, non riesco a stare tranquillo in casa mia.
Entrano le squadre, la bandiera del Kosovo in campo.
Prima l’inno degli ospiti, il nostro. I ragazzi si abbracciano, difficile trattenere l’emozione.
Ti vibra tutto, la telecamera li inquadra uno ad uno, ti immagini tra di loro. A casa non vola una mosca.
“UH!!”
Butto fuori tutto con un respiro profondo.
Poi l’inno finlandese, loro non si abbracciano.
I capitani si scambiano i gagliardetti, strette di mano, monetina e via.
Si inizia.
Turku, 5 settembre 2016, il Kosovo nella storia.
Siamo emozionati, ho paura che possiamo fare qualche cavolata subito, ma no, i ragazzi sono concentrati.
Al settimo Berisha prova subito a colpire, la palla finisce alta. Prima emozione, già mi alzo in piedi.

“Calma, calma, è appena iniziata.”

Due minuti dopo Pacarada si inventa un sinistro da fuori area che si stampa sulla traversa.

“Ma come siamo partiti?”

Incomincio già a sognare un finale glorioso.
Al quarto d’ora ci addormentiamo in difesa, Ujkani compie il miracolo. Neanche il tempo di finire di fare i complimenti al nostro portiere, che sul calcio d’angolo seguente prendiamo gol.
Doccia fredda, dura da digerire.

“Continuiamo come abbiamo iniziato che va bene”.

Giochiamo bene, cerchiamo di tenere la palla e siamo anche ordinati. Ci guadagniamo qualche calcio d’angolo, che non riusciamo a sfruttare. Fine primo tempo, torniamo negli spogliatoi fiduciosi. Sotto uno a zero, ma meglio degli avversari.
Ripartiamo come avevamo lasciato, pressiamo un po’ di più e attacchiamo bene la profondità.
Al sessantesimo il colpo di scena, Berisha viene messo giù in area di rigore, l’arbitro indica il dischetto. Mi alzo in piedi, esulto, mi giro su me stesso. Papà urla. Il telecronista continua a ripetere:
“RIGORE. RIGORE. RIGORE.”
Il pubblico kosovaro esulta.

“Calma, calma. Bisogna segnarlo”.

Valon Berisha sul dischetto. Forte e alto sulla destra.
1 a 1.
GOL DEL KOSOVO.
Ci siamo, siamo vivi, pareggio meritato.
Presi dalla foga cerchiamo di farne un altro, continuiamo la pressione per una decina di minuti, poi inevitabilmente caliamo fisicamente. Inesorabile arriva il novantesimo. Tre minuti di recupero, rischiamo qualcosa, ma non succede niente.
Triplice fischio. Prima punto per il Kosovo.
Che inizio, quanta emozione, che orgoglio.
Immagino i bambini kosovari sparsi per l’Europa e nel mondo, penso alle loro risposte quando gli verrà chiesto:
“Di dove sei?”
“Del Kosovo”
Lo possiamo dire da otto anni ormai, da quando siamo diventati indipendenti.
Da stasera possiamo urlarlo ancora più forte.
Volevano controllarci, ma non ce l’hanno fatta.
Ci hanno uccisi, ma siamo risorti.
Non esistevamo, ora ci siamo.
Il Kosovo esiste.

Gezim Qadraku.

Granit Xhaka, il gioiellino svizzero

Partiamo da una cosa importante, la pronuncia del cognome. Il suo xh in albanese si pronuncia come una g dolce (giorno), quindi Xhaka si pronuncia come se fosse Giaka.
Bene, ora possiamo iniziare a parlare di questo centrocampista, salito alla ribalta quest’estate per due motivi.
In primis, il suo trasferimento all’Arsenal, la squadra londinese ha sborsato 35 milioni di sterline per assicurarsi le prestazioni dell’elvetico. Secondo, il debutto della nazionale svizzera all’Europeo francese è stato un momento storico per il ragazzo.
Per la prima volta nella storia del calcio, si sono affrontati due fratelli. Tutti i riflettori erano puntati sui fratelli Xhaka, Granit con la maglia svizzera e Taulant con la maglia albanese.
La partita si è conclusa con la vittoria degli elvetici per uno a zero, nonostante la compagine albanese, allenata da De Biasi, abbia rischiato più volte di pareggiare i conti. Granit a fine gara è stato premiato come miglior giocatore.

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Xhaka vs Xhaka

L’immagine più bella di quella partita resterà per sempre la geniale maglietta indossata dalla madre dei due ragazzi, la scritta Xhaka sotto a una bandiera composta a metà da quella elvetica e a metà da quella albanese.

In molti si saranno chiesti come sia possibile che due fratelli, nati dagli stessi genitori, possano giocare per due nazionali diverse.
La storia di questi ragazzi è simile a quella di tantissime altre famiglie di origini albanesi emigrate all’estero. In Svizzera si trova una grande parte della diaspora degli albanesi dell’ex-Jugoslavia: sono infatti circa 300mila i cittadini svizzeri di origine kosovara.
Il processo di emigrazione iniziò già negli anni ’60, quando Berna e Belgrado strinsero un accordo per facilitare l’arrivo di numerosi lavorati in Svizzera.  L’accelerazione di questa ondata si è avuta negli anni ’80 e il boom nel decennio successivo, gli anni funesti della guerra nella ex-Jugoslavia. In questo caso però la motivazione dell’emigrazione è un po’ diversa.
Il padre di Granit, Ragip Xhaka, dopo essere stato costretto ad abbandonare, a soli 17 anni, il sogno di diventare calciatore a causa di un grave infortunio, venne arrestato all’età di 22 anni. Nel pieno della sua carriera universitaria, la partecipazione alle manifestazioni contro il regime serbo-jugoslavo costarono al giovane Ragip tre anni e mezzo di carcere. Dopo aver scontato la pena, si trasferì in Svizzera, a Basilea. Città natale dei suoi figli.
Allora perché Granit gioca per la Svizzera e Taulant per l’Albania? 

Naturalmente l’interesse della nazionale albanese ad avere entrambi i fratelli in rosa c’è stata, ma secondo le parole del tecnico De Biasi, la richiesta è stata inoltrata tardivamente ai giocatori. Soprattutto per quanto riguarda Granit, il quale aveva già scelto di giocare con la Svizzera e non ha cambiato idea. Il tecnico italiano invece è riuscito a convincere Taulant, il quale avrebbe sicuramente avuto pochissimo spazio tra gli elvetici.
Per molti Granit è il traditore, ma lui stesso ha dichiarato che avrebbe fatto volentieri a meno di giocare contro suo fratello e contro la sua nazione. Oltre a dichiarare l’amore verso la sua terra:

“Non ho bisogno di andare a Ibiza o Maiorca o Dubai, ogni volta che posso torno a Prishtina

Parole rilasciate nell’estate del 2014 all’aeroporto di Prishtina, dove il ragazzo era atterrato subito dopo l’uscita della nazionale svizzera dai mondiali brasiliani. Dimostrazione di quanto sia legato alla sua terra.
Inoltre il ragazzo, in tutti questi anni, ha sempre dimostrato il suo attaccamento alle proprie origini. Un episodio significativo si è verificato la prima volta in cui le due nazionali si sono incontrate, il modo in cui incespica sul pallone si commenta da solo:

 

Oltre a questo curioso caso, il ragazzo si è reso protagonista di un bellissimo gesto. Ha personalmente inviato alla FIFA un messaggio, richiedendo il riconoscimento della nazionale Kosovara di calcio, riconoscimento arrivato quest’anno, che permetterà alla nazionale del Kosovo di partecipare alle qualificazioni per i mondiali del 2018.

Il torneo Europeo di quest’estate era un appuntamento importante per il numero dieci, se l’inizio è stato dei migliori, con il premio di miglior giocatore ricevuto dopo la vittoria contro l’Albania, il finale è stato disastroso. Suo infatti l’errore decisivo durante i calci di rigore, che ha causato l’uscita della nazionale elvetica agli ottavi di finale, a favore della Polonia.
Il ragazzo ha dovuto dimenticare in fretta la delusione, a Londra tutti lo stavano aspettando. Sia i genitori che la fidanzata erano presenti nel primo giorno da Gunners del ragazzo. Visibilmente emozionato, Granit ha rilasciato le sue prime parole da giocatore dell’Arsenal, mostrando un discreto inglese:

La sua carriera inizia insieme al fratello nelle fila della Concordia, per passare dopo cinque anni al Basilea. Gli addetti ai lavori si accorgono subito delle qualità del ragazzo e la nazionale elvetica non se lo fa sfuggire. Appena sedicenne debutta nella squadra under 21 del Basilea e nella nazionale svizzera. Il primo prestigioso trofeo arriva l’anno successivo, quando la nazionale rossocrociata under 17 si laurea campione del mondo, Granit segna anche una rete durante il torneo.
La carriera del ragazzo si inserisce nel binario giusto, disputa due ottime stagioni nella prima squadra del Basilea, conquistando due campionati di fila. Nel 2011 esordisce a soli diciotto anni nella nazionale maggiore, a Wembley contro l’Inghilterra. Quel paese dove ha sempre sognato di giocare.
L’estate del 2012 è quella del primo salto di qualità, approda in Germania, accettando l’offerta del Borussia Mönchengladbach.
Sono anni importanti per il ragazzo, che viene impiegato diversamente nel club rispetto alla nazionale. In Bundesliga ricopre il ruolo di mediano, mentre in nazionale, Ottmar Hitzfeld lo utilizza come trequartista. Sono parole importanti quelle dell’allora commissario tecnico degli elvetici:

E’ un assoluto top player, che potrebbe giocare in qualsiasi top club del mondo.

Granit inizia a toccare con mano il calcio che conta, il debutto ai mondiali di Brasile 2014, impreziosito da un gol e la Champions League nella passata stagione con il proprio club. Annata, quest’ultima, densa di significato per il ragazzo. Dopo il pessimo inizio e il cambio di allenatore, gli viene assegnata  la fascia di capitano. Incarico importante per un ventiduenne, ma nessuno dei suoi allenatori ha mai avuto dubbi sul suo carisma.
Abituato ad assumersi compiti importanti sin da piccolo, era lui infatti a tenere le chiavi di casa e non il fratello maggiore. Il Borussia risale la china, ma il ragazzo si fa schiacciare dal peso della responsabilità e riceve tre cartellini rossi in quindici partite, aggiudicandosi il record di primo under 23 a ricevere cinque espulsioni in Bundesliga. Qualcuno gli consiglia addirittura di farsi curare, ma lui risponde a tono, dicendo che quello è semplicemente il suo modo di giocare. Non è uno che va per il sottile, quando c’è da usare le maniere forti non si fa problemi, finendo poi per pagarne le conseguenze.

Con il nuovo anno le cose cambiano, Granit impara a ridurre i suoi interventi e i cartellini diminuiscono vertiginosamente. Durante l’Europeo il ragazzo ha dimostrato di aver imparato la lezione, si fa comunque prendere dal vizio di intervenire in scivolata, ma cerca di non farlo fuori tempo. Una sola ammonizione nelle quattro gare giocate in Francia.

Che giocatore è Xhaka?
In questi anni ha ricoperto diversi ruoli, a mio modesto parere la posizione più consona per le sue doti è quella da lui ricoperta durante l’Europeo. Petkovic ha utilizzato un 4-2-3-1, schierando il numero 10 davanti alla difesa, affiancandogli Behrami, un giocatore di corsa propenso alla fase difensiva.
Il repertorio del centrocampista è piacevolmente ampio.
Vedendolo in azione saltano subito all’occhio la freddezza e la tranquillità con le quali gestisce il pallone. Le origini balcaniche si notano subito nella sua personalità. Chiede sempre il pallone, non disdegna a prendersi qualche rischio, ma lo fa sempre con una calma olimpica, anche in zone pericolose del campo. Ha in mano l’intera squadra, è lui che decide quando si accelera e quando si rallenta, se non ha la palla tra i piedi indica ai compagni la giocata da fare.
Il suo mancino è sublime e gli permette di giocare con estrema facilità sia sul corto che sul lungo. I suoi cambi di gioco sono un piacere per gli occhi dello spettatore, meno per i terzini avversari che puntualmente vengono scavalcati dal pallone.

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Ogni tanto si fa prendere la mano e si avventura in qualche incursione personale, nonostante non sia molto veloce.
Dotato di un’ottima visione di gioco, che utilizza al meglio in entrambe le fasi. Dal punto di vista difensivo questo gli permette di leggere le intenzioni degli avversari e di anticipare le giocate, mentre quando si tratta di offendere cerca e trova sempre lo spazio per attaccare il lato debole o verticalizzare rapidamente.
Ottimo saltatore di testa, altrettanto bravo ad utilizzare il proprio corpo, sia per difendersi dal pressing che per recuperare il pallone. Grinta e cattiveria sono due costanti del gioco del ragazzo, che non tira mai indietro la gamba.
Non è di certo uno da dieci a gol a stagione, ma con il suo mancino è in grado di far male ai portieri. Scagliando missili del genere per esempio.

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Ora Granit è chiamato a ripetere tutto quello che ha fatto finora nel campionato più difficile del mondo, dove i ritmi sono altissimi e dove sarà sicuramente soggetto ad un pressing maggiore rispetto al passato. Dovrà ambientarsi con la nuova realtà e conquistarsi un posto da titolare. Vedremo se il suo talento riuscirà a splendere anche in Inghilterra.
Precisione svizzera e classe balcanica, due fattori la cui unione ha dato vita ad un gioiello prezioso.

Gezim Qadraku.