Ce ne andiamo in Italia (parte finale)

Fa freddo, sento il vento intrufolarsi tra la sciarpa e il colletto del cappotto e in un millesimo di secondo raggiungere tutto il corpo. L’aria gelida mi provoca un brivido alla schiena. È tardi, sono almeno dieci minuti che ti aspetto. Decido di chiamarti, anche se questo implica dover tirare fuori la mano dalla tasca del cappotto per prendere il cellulare, che è in borsa. Il gesto mi costa l’esposizione dell’arto all’aria fredda. Questo non fa altro che aumentare il mio nervoso. Cerco tra le ultime chiamate, il tuo nome è il primo della lista. Ti chiamo. Il telefono continua a squillare a vuoto. Al quinto squillo finalmente rispondi.
Arrivo”, dici subito e metti giù. Capisco che stavi dormendo. Quindi ti ci vorranno un paio di minuti per prepararti, sommati al quarto d’ora per arrivare qui. Tempo che dovrò passare seduta, al freddo, su una panchina di fronte al parcheggio dell’azienda per la quale lavoro. Se solo avessi la patente, se solo fossi stata in grado di diventare una donna indipendente, in tutti questi anni in Italia.
Tisha kan e hajrit”, non avrei dovuto aspettarti la sera, al freddo, sudata, dopo aver passato cinque ore a pulire gli uffici e i bagni dell’azienda. Ma no, in Italia l’unico traguardo che sono riuscita a raggiungere è stato diventare una donna delle pulizie. Non ho fatto altro che pulire. Prima le case degli amici dei nostri figli, poi quelle di persone ancora più benestanti, dove ho compreso il significato del verbo “vivere” e poi il salto di qualità, l’ultimo step. Un contratto vero, niente più soldi in nero lasciati in una busta sopra il tavolo della cucina. Ora pago anche i contributi per la pensione. Un contratto di lavoro legale, dopo 25 anni trascorsi in Italia.
Dicono che non è mai troppo tardi. Dicono anche che i soldi non fanno la felicità. Dovrebbero provare cosa vuol dire vivere senza di essi e trascorrere la vita a spaccarsi la schiena per guadagnarne giusto abbastanza da poter sopravvivere. Ripenso a quali erano i miei sogni quando arrivammo qui. Pensavo addirittura di completare gli esami che mi erano rimasti e di laurearmi. Che ingenua. Ma come pensavo di riuscire a fare tanto?

Ricontrollo il cellulare e sono passati soltanto cinque minuti. Ho freddo, ho fame e sono esausta. Voglio soltanto farmi una doccia bollente e andare a dormire. La mente mi riporta indietro ai primi giorni in Italia, non riesco ad allontanarmi da quei ricordi. Ripenso alla felicità per la possibilità di poter avere una nostra intimità. Alla gioia incontenibile nel sapere che i nostri figli avrebbero studiato qui e sarebbero diventati qualcuno. Mi domando perché una persona si costruisca così tante aspettative basandosi esclusivamente sulla propria immaginazione. Mi chiedo perché, dopo Blerim, abbiamo deciso di avere altri due figli. Non pensavamo a quanti soldi ci sarebbero serviti per crescerli? A quante cose ci avrebbero chiesto durante la loro crescita?
Non pensavamo a niente, eravamo come sotto gli effetti di qualche sostanza stupefacente. Eravamo fatti di speranza. Non consideravamo la realtà delle cose. Essere stranieri, non sapere la lingua e non conoscere nessuno. La nostra quotidianità sarebbe stata condizionata da tutto questo e l’avremmo pagato a caro prezzo. La speranza ci aveva resi ciechi. Il tuo stipendio bastava a malapena, poi io iniziai a pulire e con quegli spiccioli riuscivo a pagare almeno la spesa. Così potevamo mettere da parte qualche soldo per goderci le estati in Kosovo. L’unico posto dove potevamo permetterci di andare. L’unico posto dove volevamo andare. Dove per anni abbiamo portato avanti questa narrativa della vita agiata e delle possibilità immense che un paese come l’Italia ci dava. Facevamo i peggiori lavori, tornavamo a casa distrutti e la nostra quotidianità era cadenzata dal conteggio dei mesi che mancavano all’estate, al momento del ritorno. Avremmo dovuto raccontare la verità. Avremmo dovuto essere fieri di noi stessi, di quello che stavamo facendo. Avevamo deciso di buttare via la nostra vita, di spaccarci la schiena, di pulire la merda degli italiani, di fare i lavori che a loro non andava di fare, solo ed esclusivamente per dare ai nostri figli un futuro migliore. Ma tutto questo non lo raccontavamo a nessuno, lo nascondevamo, come una persona cerca di coprire e nascondere un difetto fisico agli occhi degli altri. Ci vergognavamo di noi stessi, ma non avremmo dovuto. Saremmo dovuti andare in giro con un cartello sopra la testa, con scritto a caratteri cubitali “sto pulendo la merda per dare ai miei figli un futuro migliore”.

C’era da andarne fieri e camminare a testa alta. In Kosovo ci dicevano tutti che eravamo salvi, che stavamo facendo la bella vita.
Jeni pshtu, u knaqt nat Itali.”
Dovevamo far vedere di aver fatto i soldi e così li davamo via per aiutare gli altri. O meglio, tu li davi ai tuoi fratelli. Costruivi a loro case, mentre noi, ogni estate, dovevamo andare a dormire da loro. Venticinque anni in Italia e siamo riusciti, a fatica, a comprarci un misero appartamento in Kosovo. Hai dovuto chiedere i soldi in prestito ai tuoi fratelli e poi hai dovuto darli indietro. Tu, invece, a loro li avevi regalati. Non sei mai cambiato in tutti questi anni ed è finita come immaginavo. È finita che dopo i tuoi fratelli, anche i tuoi figli ti hanno messo i piedi in testa. Albina si è sposata con un italiano. Tu le hai detto che non l’avresti mai più fatta entrare in casa e lei non è più tornata. Le ultime parole che ti ha rivolto sono un incubo che mi perseguita ogni giorno.


Se il vostro unico obiettivo era che ci sposassimo con un albanese, potevate tranquillamente rimanere in Kosovo. Non c’era bisogno di venire in Italia. Una vita a romperci i coglioni che l’avete fatto per darci un futuro migliore e poi l’unica cosa che veramente vi interessa è la nazionalità del nostro partner. Dovevate rimanere in Kosovo, saremmo stati tutti più felici.

Dopo Albina, è stato Blerim a uscire di casa. È andato a studiare a Roma, ha cercato di allontanarsi il più possibile da noi e ce l’ha fatta. Valon, invece, vive ancora qui, ma a fatica lo vediamo. Torna a casa tardi dal lavoro e il weekend lo passa sempre dai suoi amici. Almeno così dice, ma sono sicura che ha una ragazza, molto probabilmente italiana.

Sento il rumore di una macchina, sei tu. Mi alzo con molta fatica. Come mi metto in posizione eretta, sento un tremolio ancora più forte alle gambe e fitte nella zona lombare. Sono da buttare via ormai, il mio fisico non serve più a nulla. Apro la portiera, mi siedo e allaccio la cintura. Stai ascoltando un cd di musica folklore a un volume medio alto e sono già infastidita.
A je lodh?” Mi domandi con un tono freddo, distaccato e disinteressato.
Jo, jo“, ti rispondo, guardando fuori dal finestrino alla mia destra, cercando di aumentare il più possibile la distanza fra noi. Mentre percorri in maniera rozza e a una velocità troppo elevata la strada verso casa, parte una canzone cantata con le ciftelijat. Il tono di voce dei cantanti è altissimo, il baccano che riescono a creare è inspiegabile e ho la sensazione che la testa mi possa esplodere da un momento all’altro. Non ti dico niente, non ho le forze per litigare. Vorrei che abbassassi il volume, vorrei che ci arrivassi da solo, che ti ricordassi quante volte ti ho detto che non mi piacciono queste canzoni e che il volume alto mi dà fastidio. Ma non ci arrivi, non ci sei mai arrivato a niente, da solo. Bisogna sempre ricordartele, ripetertele le cose. E io non ne ho più né la voglia, né la forza. Chiudo gli occhi e cerco di isolarmi, ma il tentativo risulta impossibile.

Dopo un tempo infinito arriviamo finalmente a casa. Apro il portone, saliamo in ascensore e trascorriamo i quattro piani di salita in religioso silenzio. Tu guardi il cellulare, mentre io fisso me stessa allo specchio. Ho cinquantadue anni, ne dimostro almeno dieci in più. Arriviamo al nostro piano, ti anticipo all’uscita dall’ascensore. Apro la porta e mi dirigo verso la cucina, per controllare se hai mangiato. Vedo tutto in ordine e la cosa mi fa impazzire di rabbia.
Non hai mangiato?” Ti chiedo urlando.
Raggiungi la cucina con tutta la calma del mondo. Mentre mantieni il tuo sguardo sul cellulare, mi dici di preparare due uova, che le mangi con un po’ di formaggio. Poi ti siedi a tavola, come se fosse la cosa più normale del mondo. Non ti sforzi neanche di prendere un fazzoletto o le posate. Ti metti comodo e aspetti che io ti serva, come hai fatto in tutti questi anni, come ho accettato di fare io dal giorno in cui ho accettato di diventare tua moglie. Fisso il forno e cerco di mantenere la calma, anche se l’unica cosa che vorrei fare è girarmi e tirarti qualcosa addosso. Ora devo anche prepararti la cena, perché non sei in grado di fare nulla in questa benedetta casa.

Prendo la padella, apro la bottiglia di olio e ne verso una quantità eccessiva, con tutto il nervoso che ho addosso. Poi rompo subito le uova e le butto in padella, senza aspettare che l’olio sia caldo. Resto in quella posizione, a fissare la padella, mentre tu accendi la televisione e non ti accorgi di nulla. Vorrei urlartelo, che questa è l’ultima volta, che dalle mie mani non mangerai più nulla, ma tengo il rospo dentro. Non devo rovinare il piano, se voglio che funzioni. Nel frattempo l’olio si è scaldato e le uova iniziano a cuocersi. Le guardo con impazienza, sperando di accelerare il processo. Dopo pochi minuti le tolgo dalla padella, anche se non sono esattamente pronte, ma tanto non te ne accorgerai. Ci butto sopra del sale con un movimento disinteressato, non curante di dove il sale finirà e le metto su un piatto troppo piccolo. Te lo porgo e mi muovo verso la direzione opposta, prima che tu l’abbia afferrato per bene. Per un secondo ho paura che possa cadere, ma non succede.

Percorro il corridoio per andare in camera da letto a prendere il pigiama. Incontro le foto di quella che è stata la nostra famiglia. Una foto, la più grande, attira la mia attenzione. Noi sul divano, pochi mesi dopo la nascita di Valon. Tu che tieni in braccio il piccolino, Albina seduta sulle mie ginocchia con addosso quello che era il suo vestito preferito, bianco con le rose rosse e Blerim, tutto fiero con la maglia dell’Inter, in mezzo a noi. Ridiamo, siamo felici. Mi sembra passata un’eternità. Quando abbiamo smesso di essere felici? Quando abbiamo capito che non avevamo più alcuna speranza di realizzare i nostri sogni? Quando abbiamo smesso di lottare? Un’aura di delusione e tristezza si impossessa della mia mente. Raggiungo la camera da letto, prendo il pigiama da sotto il cuscino e faccio il percorso inverso per raggiungere il bagno. Cammino più rapidamente, portando il mio sguardo verso il bianco scolorito delle mura per evitare di imbattermi in altre foto del nostro passato pieno di sogni e speranze. Entro in bagno e chiudo la porta con un gesto frettoloso. Mi spoglio, mi catapulto in doccia e finalmente provo la prima sensazione di benessere della giornata. L’acqua calda sulla mia tempia è paradisiaca. Resto così per un paio di minuti, prima che la mente mi riporti al piano di domani. Me ne andrò. Ti lascerò le carte per il divorzio da firmare sul tavolo della cucina. Non so come reagirai, non so che effetto ti farà questa notizia. Probabilmente andrai a cercarmi in Kosovo, ma non mi troverai. Neanche io so quale sarà la mia destinazione. Ho prenotato un taxi per domani mattina alle 10, quando tu sarai al lavoro. Gli chiederò di portarmi in aeroporto. Lì comprerò un biglietto per il primo volo disponibile. Non mi troverai mai più.

Prendo lo shampoo, lo verso sulla mano destra e poi inizio a spalmarlo sui capelli. Parto dalla fronte e vado verso la nuca. Così, in ripetizione, per un sacco di volte. Poi faccio andare di nuovo l’acqua, chiudo gli occhi e lascio che il getto tolga lo shampoo dalla testa, senza che io debba utilizzare le mani, che nel frattempo ho stretto una all’altra. La schiuma mi copre il viso e si mischia alle lacrime. Stringo le dita sempre più forte e il pianto diventa ancora più potente. Sento i battiti del cuore aumentare a dismisura, sul mio volto non percepisco più la schiuma, ma soltanto le lacrime. Non ho la forza per restare in piedi e così, appoggiandomi al muro – in maniera lenta e passiva – mi lascio scivolare giù. Continuo a piangere e a tenere le mani strette. Ora l’acqua mi colpisce all’altezza delle spalle. Mantengo gli occhi chiusi e mi domando come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo punto. Volevamo vivere due vite, una in Italia e una in Kosovo. Abbiamo finito per non essere in grado di viverne neanche una. Abbiamo perso i nostri figli, il nostro matrimonio e anche il nostro paese. Siamo rimasti così ancorati all’idea che avevamo di esso, che ancora oggi continuiamo a cercarlo, ma il paese che abbiamo lasciato non esiste più. È cambiato tutto e sono cambiate anche le persone. L’estate scorsa hai passato tutto il viaggio di ritorno a lamentarti perché nessuno ti aveva invitato per una cena come si deve, perché i tuoi fratelli erano venuti a trovarci soltanto una volta, mentre i tuoi nipoti neanche una. Sono rimasta in silenzio tutto il tempo, mi sono resa conto che la tua mente e il tuo cuore sono ancora fermi a 25 anni fa.

Lascio che l’acqua continui a cadere sul mio corpo, non ho il coraggio di aprire gli occhi. Per un momento spero che, aprendoli, ogni cosa possa ritornare a quando eravamo felici e ci scattavamo le foto tutti insieme. A quando eravamo fatti di speranza. Ma sono cosciente che ora devo pensare alla mia, di felicità. I ragazzi sono indipendenti ormai e io non voglio continuare a essere la tua serva. Forse potrò essere felice da sola, in un altro paese. Forse sarà la volta buona. Proverò a fare come aveva scritto Pirandello. Me ne andrò, scapperò e proverò a vivere una vita nuova, una vita soltanto mia, a vivere per davvero. Se non altro, dell’Italia mi rimarranno i libri. Quelli che i nostri figli iniziarono a leggere e a portare in casa sin da piccoli. Provarono a indicarci la via, ma a noi interessava solo che diventassero come noi. Che si sposassero con qualcuno come noi. Così non avremmo dovuto vergognarci agli occhi dei nostri parenti. Ci hanno provato, a farceli leggere. Con me ci sono riusciti, ovviamente. Affamata come sono sempre stata di letteratura. Scoprire quella italiana è stato l’ossigeno che mi ha permesso di respirare in tutti questi anni. A te, invece, quei libri hanno sempre dato fastidio. Probabilmente Albina aveva ragione, saremmo dovuti restare in Kosovo, se il nostro obiettivo era soltanto quello di creare delle nostre fotocopie. Ma quello non era l’intento iniziale. Avevamo deciso di venire qui per essere felici, per creare una famiglia, qualcosa di soltanto nostro, qualcosa di diverso da quello che ci lasciavamo indietro, qualcosa che ci avrebbero invidiato tutti. Quelle persone dalle quali non vedevamo l’ora di allontanarci, per le quali poi abbiamo speso le estati sempre nello stesso posto e per le quali abbiamo dimenticato quali erano le nostre intenzioni. Il loro possibile giudizio ha condizionato la nostra vita e soltanto ora, dopo 25 anni, ci siamo accorti che a loro, di noi, non è mai fregato nulla. Ci sono stati vicini finché avevamo soldi da regalare. Quando li abbiamo finiti, si sono dimenticati di noi. Non siamo riusciti a fare niente in tutti questi anni. Abbiamo distrutto tutto quello che potevamo, abbiamo perso ogni cosa possibile, abbiamo fallito. Forse, ripensandoci, alla fine siamo stati il miglior esempio per i nostri figli. L’esempio da non seguire. Guardate quello che abbiamo fatto noi e fate il contrario.

Gezim Qadraku

Ce ne andiamo in Italia (2° parte)

Fa caldo. Il mese di luglio ha portato con sé temperature alte e afa con la forza di un tornado. Blerim e Valon sono a casa. Blerim, fino a una settimana fa, passava le giornate in oratorio. Poi, a causa del problema alla centralina della macchina e di quanto ci costa ripararlo, non è più potuto andare. Mancano i soldi. E ora che entrambi devono trascorrere un’intera giornata estiva in casa, sembrano due animali selvaggi costretti in gabbia. Si ringhiano addosso a vicenda, si azzuffano costantemente. Come vado a dividerli, riprendono a litigare qualche minuto dopo. Dopo un po’ ci rinuncio e lascio che uno dei due sfinisca l’altro. Anche se a volte mi sembra abbiano una quantità infinita di energia e di voglia di darsi fastidio a vicenda. Valon si lamenta sempre che Blerim non lo lascia giocare alla PlayStation. Ogni volta viene a piangere da me e mi chiede di comprargli un joystick. Costa 50 euro quel maledetto coso.

L’unico momento della giornata nel quale riescono a respirare è dopo le 16, quando finalmente riesco a portarli al parco. Devo lavorare durante la giornata. Devo pulire le case della gente benestante ogni giorno. Dalle 9 alle 11:30 e poi dalle 14:00 alle 16:00. Oggi è giovedì, devo andare dai Brambilla. Mi porto sempre dietro i bambini, amano quella casa. E poi il signor Luciano mi ha detto che possono tranquillamente giocare alla PlayStation. Lui ha due joystick, così non devono litigare e posso giocare insieme.

L’orologio segna già le 13:35. Finisco di fare le stoviglie in fretta e furia. Mentre sono in cucina urlo ai bambini di prepararsi. Blerim mi risponde a tono, “SIAMO GIA’ PRONTI NOI“. Mi asciugo velocemente le mani e con la stessa frequenza di movimenti vado in camera a cambiarmi. Sono in ritardo sulla tabella di marcia. A quest’ora dovremmo già essere in strada. La casa dei Brambilla dista una mezz’oretta dalla nostra. Mi vesto più veloce che posso, torno in cucina a controllare se ho lasciato qualche fornello acceso, prendo la borsa e vado in camera a chiamare i bambini.

Stanno guardando i Simpson.
Andiamo bambini!
Mamma, ma non è ancora finita la puntata“, mi dice Blerim, mentre non stacca gli occhi dalla televisione.
BLERIM, SHPEJT“, gli urlo. (BLERIM, VELOCE)
Capisce che deve spegnere immediatamente la televisione. Valon è già in corridoio, capisce sempre senza bisogno di ripetergli nulla. Scendiamo in strada e il caldo sembra duplicarsi. Su quel tratto di via Piave non c’è un filo d’ombra. Camminiamo per una decina di minuti sotto il sole cocente. Tengo per la mano Valon, mentre Blerim cammina davanti a noi. Procediamo in religioso silenzio, come per non sprecare le forze che il caldo torrido cerca di succhiarci a ogni passo che facciamo. Il paesino sembra in letargo. Non si sente anima viva in giro. Il momento più caldo della giornata e infatti la cosa più sensata è stare in casa e non uscire. Ma io devo pulire le case degli italiani e non ho la patente. Ma anche se ce l’avessi, anche se sapessi guidare, comunque non potremmo permetterci una macchina. Me lo ripeto ogni volta che ci penso. Che tanto sarebbe inutile. Che va bene così.

Arriviamo all’appartamento del signor Luciano alle 14:05. Sono in ritardo, ma meno di quanto pensassi. In un’ora e cinquantacinque minuti devo fare cucina, salotto e bagno. Alle 16 devo levare il culo da questo posto. Non posso restare di più. Uno tra il signor Luciano e la signora Claudia potrebbero tornare a casa e l’ultima cosa che vorrebbero trovare è me che pulisco. I bambini vanno subito in sala e si mettono a giocare. Io mi dirigo in cucina, dove ci sono ancora i resti della cena di ieri sera. Non si stancano di fare nulla quei due. Me li immagino che finiscono di mangiare e si alzano per andare in sala, a godersi qualche film, mentre si amano e si godono questa vita da sogno. Si sono sposati da poco, hanno entrambi più di quarant’anni. Lui fa l’assicuratore, lei è una professoressa universitaria. Lavorano entrambi a Milano, trascorrono la gran parte della giornata lì. Hanno comprato casa fuori da Milano perché preferiscono un piccolo paesino tranquillo. Non hanno figli e mi danno l’idea che mai li avranno. Tutti questi soldi, questa ricchezza, chissà a chi la lasceranno. Che spreco una vita senza figli, mi ripeto ogni volta che entro in questa casa. Manca il pezzo più importante di una famiglia, eppure loro mi sembrano felici così. Sul tavolo della cucina ci sono briciole di pane, una fetta di bresaola e una bottiglia di vino rosso. Manco il vino in frigorifero si preoccupano di mettere. Sul fogliettino che mi lasciano sempre sul tavolo, c’è la solita indicazione: “come al solito“.

Guardo l’orologio, sono le 14:10. Non ho ancora iniziato e sono già stanca. Fa troppo caldo in questo periodo e più vado avanti, più ho la sensazione che non riuscirò a continuare a pulire così tante case. Dovrò lasciarne qualcuna, ma i soldi ci servono. Non sono mai abbastanza. Chiudo gli occhi, stringo i pugni, prendo un bel respiro profondo e cerco di farmi forza. Da quando ho messo piede in cucina, ho la sensazione che la stanza profumi di bresaola. Quella fetta, rimasta lì da ieri sera, ha riempito la stanza del suo aroma. La osservo per un tempo infinito. La quantità di secondi che i miei occhi rimangono su di lei è direttamente proporzionale all’aumento del desiderio di mangiarla. Non dovrei, continuo a ripetermi. Ma figurati se si accorgono di qualcosa, mi dico poi. Alla fine la prendo e con un gesto veloce, causato dal timore che qualcuno mi possa vedere, la caccio in bocca. Mastico bramosamente. Se qualcuno mi osservasse, penserebbe che non mangio da giorni. Sembro un lupo che è appena riuscito a uccidere la sua preda, e dopo la fatica dell’inseguimento riesce finalmente a dargli il primo morso. È maledettamente buona. Mentre la mastico, e in fondo al cuore spero che per qualche strano motivo la fetta possa riprodursi tra i miei denti e durare per sempre, mi rendo conto della scarsa qualità del cibo che noi possiamo permetterci ogni giorno. Mando giù l’ultimo pezzo della fetta e mi sembra di essere rinata. Sento i bambini ridere di gusto, percepisco che si stanno divertendo e questo mi dà la forza per iniziare a pulire.

Prendo la bottiglia di vino e la metto in frigo. Con lo straccio tiro via le briciole. Prendo il ritmo e continuo così, per un’ora e cinquanta minuti. Senza mai prendermi una pausa, neanche per andare in bagno. Abbiamo bisogno di soldi, mi ripeto. E poi tra meno di un mesetto andiamo in Kosovo. I bambini fremono dalla voglia. Non fanno altro che chiedere quanti giorni mancano. Anche tu mi sembri più felice in questo periodo dell’anno. Sei impaziente di vedere i tuoi genitori e io non vedo l’ora di vedere mamma. Mi manca. Ogni volta che arriva l’estate, mi rendo conto di quanto sia un anno senza vedere un genitore. Un tempo troppo lungo, estenuante. Non dovrebbe essere legale una cosa del genere. Durante l’ultima telefonata mamma mi ha detto una cosa che mi ha fatto sorridere.
Se solo ci fosse una telecamerina piccola in questi cellulari, se solo potessimo vederci quando parliamo.

Spegnete che dobbiamo andare, bambini.
No mamma, dobbiamo finire l’ultima partita“, ribatte Blerim, mentre Valon ha già staccato le mani dal joystick.
BLERIM, TE LUTEM“, mi costringe ad alzare la voce. (BLERIM, TI PREGO)
Però ci porti al parco.
Certo che vi porto. Dai, andiamo.
Il parco della scuola elementare di Blerim dista soltanto una decina di minuti dalla casa dei Brambilla. I bambini camminano davanti a me, si tengono per mano e continuano a ridere. Mi commuove vederli così vicini. A un certo punto si fermano e si voltano in sincrono verso di me. Mi guardano sorridendo e mi fanno segno con la mano di avvicinarmi veloce.
Hajde mam“, mi dice Blerim, mentre continua a tenere per mano Valon. (Vieni mamma)
Mi avvicino a loro sorridendo, mi abbasso sulle ginocchia perché mi sembra che sia Valon a voler parlare per entrambi.
Dai, chiediglielo“, lo incoraggia Blerim.
Mamma, quando andremo a vivere anche noi in una casa come quella del signor Luciano?


È come se una siringa mi trafiggesse il cuore. Entrasse da una parte e uscisse dall’altra. Sento le ginocchia cedermi e appoggio le mani sulle loro spalle per non cadere. Non è la richiesta a farmi male, ma il sorriso e la speranza che vedo nei loro occhi. Pensano davvero che una cosa del genere sia possibile. Nella loro ingenuità sono convinti che un giorno potremmo davvero permetterci un appartamento del genere. Infilo la mia testa in mezzo alle loro, stringo le loro spalle e li muovo verso di me. Lo faccio per nascondere il volto e le lacrime che mi bagnano il viso. Cerco di capire quando aprire la bocca e parlare, senza che si accorgano che sto singhiozzando. Continuo ad aspettare, cosciente che non è ancora il momento giusto.
Quando mamma?” Domanda ancora Valon.
Presto rrushi i jem, presto“, riesco a dirgli, stoppando per un paio di secondi le lacrime e sentendomi la madre peggiore sulla faccia della terra. Restiamo in quella posizione ancora per qualche minuto, mentre smetto di piangere e continuo ad accarezzare le loro schiene e loro mi stringono forte. Poi mi alzo e il dolore fisico si aggiunge a quello emotivo. Sento le fitte alla schiena, i muscoli dei polpacci che si induriscono e un peso che si appoggia sulle spalle e prova a schiacciarmi sotto terra.

Arriviamo al parco, i bambini corrono verso le altalene. Io vedo Luana seduta sulla panchina dietro alle altalene e la raggiungo. Non se la sta passando bene ultimamente. Mi racconta di come i litigi con il marito sono aumentati, di come lui torna a casa tardi la sera. Molte volte è ubriaco. Non me lo ha detto, ma sono convinta che le metta anche le mani addosso.
Ciao Luana“, la saluto e mi accorgo subito di una luce diversa nei suoi occhi.
Ciao tesoro, come stai?” Mi domanda. Non ho ancora capito perché mi chiama così e non per nome, ma non mi va di chiederglielo, mi vergogno. Sarà un’abitudine delle donne italiane, chiamarsi così tra donne.
Bene, grazie. Un pochino stanca. Oggi tanto lavoro. Tu stai bene?” Le rispondo in maniera meccanica. Scandisco ancora le parole con un certo timore. Dopo una giornata così, ho la sensazione che i vocaboli italiani – i quali cerco di imparare quotidianamente ascoltando la televisione e i bambini mentre parlano tra di loro – svaniscano dalla memoria, si dissolvano in aria, evaporino. Allora mi tocca cercarli, rincorrerli, catturarli, riportarli a me e provare a dar loro un senso, mettendoli nell’ordine giusto.
Io meglio guarda. Devo darti una notizia.
Che bello. Dimmi!
Ho deciso di divorziare da mio marito. Penso sia la cosa migliore per me. Non ce la faccio più ad andare avanti così…
La mia attenzione rimane ancorata a quella frase. Luana continua a parlare, muove il suo corpo verso di me e presumo mi racconti tutto quello che è successo. Io però non la seguo più, non ci riesco. Il mio cervello è rimasto a quella frase iniziale, a quel verbo. Divorziare. La vista mi si annebbia, l’attenzione svanisce del tutto, l’unica cosa che riesco a captare è il sollievo degli occhi di Luana.

“Ma come hai divorziato?
Come fai a pensare che sia la decisione migliore per te?
Perché l’hai fatto?” vorrei chiederle, ma continuo a cercare i suoi occhi, quantomeno per dimostrarle che la sto ascoltando. Lei procede ininterrottamente. In maniera molto lenta riesco a riportare l’attenzione su quello che mi dice. Mi rendo conto di essere rimasta in silenzio per troppo tempo. Non voglio immaginare che razza di espressione ho. Così la interrompo bruscamente, la guardo dritto negli occhi e le dico che la capisco. Che non dev’essere stato facile. Lei continua il suo racconto, ma con la coda dell’occhio mi accorgo che Valon è caduto e mi avvio immediatamente verso di lui. So già che non si è fatto niente, perché mentre mi muovo nella sua direzione, lui si è già alzato e non sta neanche piangendo. Utilizzo questo alibi per staccarmi da Luana. Non ho più voglia di sentirla parlare oggi. Raggiungo Valon, gli controllo la ferita al ginocchio, dalla quale gli esce un po’ di sangue. Prendo una salvietta bagnata dalla tasca e pulisco la terra che si è attaccata alla pelle.
Tranquilla mamma, non mi fa male“, mi dice, mentre cerca di staccarsi il più velocemente da me e tornare a giocare con i suoi amichetti. Lo lascio andare senza dirgli niente.

Tutto bene. Un pochino sangue“, dico a Luana, non appena torno da lei. Continua a raccontarmi della sua decisione, mi ripete tutti gli avvenimenti che l’hanno portata a prendere quella scelta. Io sono ancora persa nei miei pensieri, nei dubbi che il suo divorzio sta mettendo nel mio matrimonio. E se un giorno divorziassimo anche noi? Mi domando, mentre cerco di guardarla negli occhi per mostrarle una parvenza del mio interesse. Un brivido di paura mi scuote la schiena. No, noi non le facciamo queste cose. Noi non siamo così, non siamo come loro. Mi ripeto convinta e orgogliosa. Noi mica roviniamo la famiglia in questo modo. E poi che motivo avremmo per divorziare, noi? Cerco con lo sguardo i bambini, stanno giocando a nascondino. Blerim sta contando, mentre Valon è nascosto sotto lo scivolo con un suo amichetto.

Il tempo trascorre più veloce del previsto e fortunatamente è già ora di andare a casa. Saluto Luana e i suoi figli, Luca e Ada. Ci avviamo verso casa e tengo sia Valon che Blerim per mano. Quei dubbi non hanno ancora abbandonato la testa, quel maledetto verbo – divorziare – continua a girare nel mio cranio, esattamente come una zanzara. Mi provoca il medesimo fastidio, mentre cerco di cacciarlo via e dopo qualche secondo ne sento ancora il ronzio. Stringo le mani dei bambini. Valon ricambia la stretta, come se stesse aspettando solo questo. Blerim, invece, si sgancia e aumenta il passo.

Arriviamo a casa. Dico ai bambini di lavarsi, di fare veloce che tra poco arrivi tu e inizio a preparare la cena. Per i bambini faccio la pasta, mentre a te riscaldo il gullash che ho fatto per pranzo. So che lo preferisci riscaldato, per questo lo faccio sempre quando sei al lavoro, così è perfetto per cena. Così avevo sentito dire a tua mamma, la prima volta che ti avevo visto mangiarlo a casa dei tuoi. Eri tornato dalla solita giornata infinita al pazar. Eri uscito la mattina presto per vendere delle pesche, ma il caldo atroce ne aveva mandate a male la metà e dell’altra metà ne avevi vendute pochissime. Eri tornato a casa a mani vuote, asciutto, stanco, distrutto. Non capivo come tua madre potesse pensare di riscaldarti un piatto che aveva preparato per pranzo. Ma mi accorsi della felicità nei tuoi occhi, quando ti sedetti a tavola e tua madre ti venne incontro con in mano il piatto di Gullash riscaldato.
Qe djali i jem, qysh t’pelqen tyje“, ti disse. (Ecco figlio mio, come piace a te)


Scaldo il Gullash utilizzando la fiamma più bassa possibile, eccitata, nella speranza di riuscire a provocare in te la stessa felicità che riusciva tua madre. Sento che i bambini hanno finito e pochi minuti dopo suona il citofono. Corro subito ad aprire il portone del palazzo. Subito dopo apro la porta di casa e ascolto i tuoi passi pesanti approcciarsi ai tre piani di scale. Cerco di percepire la tua stanchezza calcolando quanto ci metti a salire. Sei più lento del solito, ho un sussulto di timore. E se ti è successo qualcosa? Magari ti sei fatto male al lavoro? I battiti del cuore aumentano di intensità. Ci metti un’eternità ad arrivare alla porta di casa. Alzi lo sguardo dal cellulare, mi guardi per qualche secondo, la tua espressione non cambia.
Grua“, mi saluti. (Moglie)
A je lodh Afrim?“, ti chiedo, preoccupata che ti sia successo qualcosa. (Sei stanco Afrim?)
Jo, jo. Nuk pat shum pun sot”, mi dici mentre entri in casa. (No, no. Non c’era tanto lavoro oggi) “A je mir?“, ti domando per avere la certezza che tu stia veramente bene. (Stai bene?)
Mi guardi storto e non mi rispondi, non capendo perché io te l’abbia chiesto. Allora ti dico che vado a prenderti i vestiti e di farti la doccia che la cena è quasi pronta.

Corro in camera a prenderti i vestiti e te li porto immediatamente in bagno. Sei in piedi e continui a guardare il cellulare.
Qe teshat“, ti dico e te li appendo dietro alla porta. (Ecco i vestiti)
Sento i bambini ridere in camera, nel frattempo l’acqua in pentola bolle e butto la pasta. Suona di nuovo il citofono, è Albina. Sale le scale in un batter d’occhio. Capisco subito che la sua prima lezione d’inglese dev’essere andata bene. L’unica della classe a essere stata scelta per questo corso extrascolastico. Le maestre mi hanno detto che ha un talento per le lingue. Il mio fiore, la mia rosa preferita. L’aspetto con la porta aperta, vestita di tutto l’orgoglio che una madre può avere. Mi corre in contro con un sorriso infinito.
Hajde qika e jem“, non faccio in tempo a dirle che mi sta già raccontando tutto. (Vieni figlia mia) Continua a parlare a una velocità e a un tono spropositati. Io cerco di toglierle lo zaino dalle spalle, ma è un’impresa, perché continua a dirmi di aspettare e fermarmi un secondo, che deve raccontarmi un altro dettaglio della sua giornata.


Finisci la doccia e vieni in cucina.
Buka osht gati“, ti dico, anche se non me l’hai chiesto, timorosa che tu possa pensare che devi aspettare a lungo. (La cena, è pronta)
Ti siedi e inizi a cambiare i canali della televisione. Ti sento sbuffare mentre faccio scaldare il sugo per la pasta dei bambini.
Questi bambini non sanno neanche chiedere al proprio padre se è stanco“, sputi fuori dalla bocca, con tutta la freddezza di cui sei capace, fissandomi mentre lavoro il sugo.
Sento il tuo sguardo addosso, anche se ti volto le spalle. Lascio il sugo e mi avvio verso i bambini. Albina è con i ragazzi, e insieme a Valon guardano Blerim che gioca alla PlayStation.
“Papà è arrivato, l’avete sentito? Venite veloci a chiedergli se è stanco. VELOCI”.
Valon e Albina escono immediatamente dalla camera.
“Ma anche tu lavori mamma, lui non ti chiede mai se sei stanca”, mi dice Blerim, mentre continua a fissare il televisore. Faccio finta di non averlo sentito, anche sei vorrei abbracciarlo forte.
“Vieni Blerim, che la cena è pronta”.

I bambini si siedono a tavola. Albina è ancora elettrizzata per la sua prima lezione d’inglese. Tu guardi il telegiornale con un atteggiamento disinteressato. Hai il telefono di fianco alle posate e sembra che stai aspettando un messaggio o una chiamata. Aspetto che chiedi ad Albina com’è andata la sua giornata, anche lei sembra aspettare soltanto quello, ma tu non dici niente. Forse ti sei dimenticato, mi dico, cercando di trovarti una scusa. Verso il Gullash nel piatto e te lo porgo. “Gullash, qysh t’pelqen tyje“, ti dico, aspettando una reazione. (Gullash, come piace a te)
L’unica cosa che fai è alzare le braccia dal tavolo, così che io possa appoggiare il piatto. Inizi a mangiare senza aspettare che io abbia servito i bambini, senza aspettare che mi sia seduta anch’io. La voce del conduttore del telegiornale, insieme al rumore delle posate, fanno da sottofondo a questa cena silenziosa. Vedo nei volti dei bambini ancora il sorriso, tu mangi il Gullash e ho la sensazione che ti stia piacendo. Tutto questo mi rincuora. Mi dico che è soltanto una giornata un po’ così, che non devo dare troppa importanza a certe cose. Che sono soltanto più stanca del solito e per fortuna si avvicinano le vacanze. Torneremo in Kosovo e ti vedrò sorridere per davvero. Quel sorriso pieno di vita e gioia che mi ha fatto innamorare di te, quel sorriso che non vedo da tanto tempo. E chissà, forse i bambini hanno ragione a crederci. Forse ce la faremo anche noi ad avere una casa come quella del signor Luciano, a vivere una vita come quella degli italiani. Forse non è ancora troppo tardi.

Gezim Qadraku

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Ce ne andiamo in Italia (1° parte)

È da poco finito il telegiornale. La guerra è l’unica costante della mezz’ora di news. Ora tutta l’attenzione è sulla Bosnia, soprattutto dopo la dichiarazione d’indipendenza. Le cose si stanno mettendo veramente male e le immagini che mostrano alla TV mi mettono paura. Qualcuno dice che è soltanto questione di mesi e la guerra scoppierà anche in Kosovo. Altri invece continuano la propria vita come se nulla stesse accadendo. Mi siedo sulla sedia di fianco alla porta, dopo aver servito il tè a tuo padre, a te, ai tuoi fratelli e alle loro mogli. Tua madre entra in salotto e si dirige verso il camino per cambiare la legna. La guardi e le chiedi di sedersi, che devi dire due parole.
Po du mi fol dy fjalë.”

Vorrai dire qualcosa sulla guerra, penso, mentre resto al mio posto in silenzio e cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Ti fisso e provo a tirare fuori i tuoi pensieri, prima che tu li trasformi in parole e le dica a tutti. Tua madre si siede, con un gesto che fa trasparire insicurezza. Sembra che il solo fatto che tu voglia dire qualcosa ad alta voce la preoccupi abbastanza da farla muovere in maniera totalmente diversa dal solito. Lenta e affannosa, a differenza della velocità e della rapidità dei suoi movimenti quotidiani. Quando lei si siede, tu attacchi con il discorso. Incroci le mani, appoggi i gomiti sulle cosce, ti muovi in avanti, cerchi gli occhi di tutti e dopo esserti schiarito la voce, lanci la bomba.
Ho deciso di portarli in Italia con me. Partirò con mia moglie e il bambino.

Sento un’esplosione tremenda all’altezza dello sterno. Una vampata di calore si impossessa del mio corpo e si concentra in testa. Mantengo gli occhi su di te, senza più badare se qualcuno se ne accorga. Ti cerco, cerco le tue pupille, ma tu guardi verso i tuoi genitori. Come sarebbe a dire che andiamo in Italia? Mica eri tornato per restare? E perché non l’hai detto a me prima di annunciarlo alla tua famiglia? Cosa diavolo è questa storia?
Sento le gambe tremare, le gocce di sudore scivolare veloci dal collo verso il fondo della schiena e il pensiero va immediatamente ai miei genitori. Alla pessime condizioni fisiche di mamma. Alla fatica di papà nel trovare lavoro dopo essere stato licenziato come autista degli autobus perché albanese e la sua decisione di smettere di fumare, perché non se lo può più permettere. A mio fratello Fadil, al suo lavoro precario e a sua moglie, così giovane e impreparata alla vita di famiglia, che non riesce a essere di alcun aiuto a mamma. Penso a loro e a come diavolo glielo dirò che me ne vado in Italia. No, che tu hai deciso che andremo in Italia. Senza chiedermelo, senza voler sapere cosa ne pensassi, se fossi d’accordo o meno.

Un silenzio strano e fastidioso ricopre la stanza, la tensione è presente nei volti di tutti e io mi sento crollare, impotente, senza alcuna forza di reagire, nel buco che si è aperto sotto i miei piedi. Non me lo aspettavo questo da te. Mi hai ferita. E io che ti pensavo diverso. Io che mi sono innamorata di te perché mi sembravi così distante dagli altri ragazzi kosovari. Eri così timido, premuroso ed educato, che pensavo ti avessero adottato, che venissi da un’altra cultura. Quel tuo rispetto verso qualsiasi donna e quel tuo corteggiamento così sensibile e rispettoso, mi hanno fatto letteralmente perdere la testa per te. E ora? Hai deciso il nostro futuro senza dirmi niente? L’hai fatto per ripicca? Perché mi ritieni colpevole per il fatto che nostro figlio non ti abbia riconosciuto quando sei tornato dall’Italia dopo 14 mesi. Come pensavi che ti avrebbe potuto riconoscere se non ti aveva mai visto? Te ne sei andato che lui aveva pochi giorni e quando sei tornato, l’unica cosa che sapeva di te era la fotografia nella quale tu lo abbracci in giardino, qualche giorno dopo la sua nascita. Cosa potevo fare io? Oltre a dargli quella foto da baciare prima di metterlo a letto e ripetergli che papà sarebbe tornato molto presto. Pensi che mi sia sentita bene quando lui si rifiutava di abbracciarti? Quando continuava a stare in braccio a tuo fratello Muharrem? Quando veniva a sussurrarmi all’orecchio che quell’uomo, riferito a te, avrebbe dovuto dormire sotto il letto e non di fianco a me? Non pensi che mi sentivo morire dentro, in quei momenti?

Finalmente tuo padre decide di distruggere il silenzio. Lo fa dando la benedizione alla tua decisione.
Perhajr i koft.
Resta seduto, ti guarda negli occhi e non aggiunge altro. Manda giù un sorso di tè e quasi lo finisce a goccia. La stanza ritorna nel silenzio e nessuno dei tuo fratelli prende la parola. Allora tu, mente cerchi di trovare una sicurezza che non hai, mentre il sudore delle ascelle trasforma in quella parte del corpo il colore della tua camicia in nero, da viola che era, provi a spiegare il motivo di quella scelta. Anche se nessuno te l’ha chiesto. Un’insicurezza, la tua, che non ha fatto altro che amplificarsi da quando mi hai presa come sposa. Ripenso alla tua paura e alla tua goffaggine durante le nostre prime notti a letto. Mesi senza alcun risultato, che iniziarono a far storcere il naso a qualcuno. Già le sentivo le parole di tua madre e delle mie cognate. Quasi sperassero che non fossi in grado di darti neanche un figlio. E poi, finalmente, dopo un anno e mezzo di angoscia e timore, sono rimasta incinta. Un maschio, grazie a Dio. Solo questo mi ha permesso di essere considerata come un essere umano meritevole di qualche attenzione.

Rimango focalizzata sulle tue paure. Il terrore nel confrontarti con i tuoi famigliari. L’incapacità di contrastare le parole di tuo padre, di non chiedere ai tuoi fratelli di seguirti a lavorare mentre ti spacchi in quattro per tutta la famiglia. Per la prima volta mi chiedo che padre sarai. Chissà come ti comporterai con il nostro piccolo. Forse avrai paura anche di lui. Forse ti farai mettere i piedi in testa anche da tuo figlio. Smetto di ascoltarti e penso a te, ai tuoi fratelli, a tuo padre, alla vostra famiglia. Me l’avevi detto che eravate poveri, che non avevate niente, che avevate da poco sistemato la casa e che avevate ancora un sacco di debiti, presi per potervi permettere di organizzare i matrimoni di tutti i fratelli. Ti osservo, mentre impaurito cerchi di dire le parole migliori che i tuoi fratelli e tuo padre si aspettino da te, ma non ti rendi conto che loro hanno smesso di preoccuparsi di te da chissà quanto tempo ormai. L’ho capito subito che in questa casa tu eri l’unico che provava a fare qualcosa. Mi avevi detto che eravate poveri, ma non che foste dei lazzaroni. Non che la terra non avevate voglia di lavorarla e che trovavate le scuse più impensabili per non farlo. Non siete in grado neanche di essere gente di campagna come si deve. Siamo tutti dei “katundar“, ma mio padre e i suoi fratelli, con organizzazione e sacrifici, hanno costruito quattro case. Voi, invece? Eppure siete così tanti maschi e tutti in buona salute che ognuno di voi dovrebbe vivere nella propria di casa. Invece eccoci qui, stipati in questa casa provvisoria, ancora non terminata, con a disposizione una sola stanza per ciascuna coppia.

Me ne sono accorta subito, la prima notte, in che razza di guaio mi ero cacciata. Ma ho accettato di restare. Sono rimasta perché ti amo, indipendentemente dalla vostra povertà e dalla vostra incapacità di darvi da fare. E ora tu mi fai questo? Così, senza il minimo rispetto, davanti a tutti? Perché dovrei seguirti in Italia e non tornare dai miei genitori? Inizio a pensare che quelle tue caratteristiche che tanto mi piacevano, siano soltanto il frutto del tuo carattere debole. E io che pensavo potessi essere un uomo albanese diverso. Uno di quelli che non ha bisogno di rimproverare la propria donna di fronte agli ospiti, come fanno tutti.
Grua fai questo, fai quello. Scusate, ma la mia Grua è lenta. Grua porta la caraffa d’acqua. Grua l’insalata è senza sale.” E noi donne, vostri oggetti, in silenzio a seguire ciò che ci dite di fare. Vi considerate degli uomini, vi definite “burra“, camminate con il petto in fuori, fumate le sigarette come foste degli imprenditori di successo, alzate la voce contro di noi in presenza degli ospiti per sentirvi grandi, per sentirvi qualcosa, ma senza di noi, le vostre mogli, i vostri oggetti, non sareste niente. Io, stupida, che mi aspettavo che tu potessi essere veramente diverso. E invece, guardati ora, prendere una decisione del genere, decidere anche per me e per il nostro piccolo senza neanche consultarmi. Neanche provare a pensare che le cose in un matrimonio si debbano decidere in due.

Finisci di parlare e non so neanche cosa hai detto. Il rumore di un cucchiaino che sbatte sul bordo del bicchiere di tè, riporta la mia mente alla realtà. È tuo padre che ha finito il tè e ci tiene a farmelo notare. Mi guarda fisso negli occhi, rimette il cucchiaio all’interno del bicchierino e il suo viso si veste di insofferenza, perché ha dovuto farmelo notare e io, da brava sposa quale dovrei essere, me ne sarei dovuta accorgere da sola. Il suo comportamento è la ciliegina sulla torta. Il mio corpo brucia di rabbia. Mi alzo il più velocemente possibile e cerco di fornirgli una faccia abbastanza dispiaciuta. Mi affretto a prendere il bicchierino e a dirigermi in cucina per riempirglielo di tè, e mentre mi lascio la sala alle spalle prego di non vedere mai più tuo padre, i tuoi fratelli e questa maledetta casa. Di non dover servire il tè a nessuno. E in quel momento, mentre mi rifugio in cucina, mi accorgo che è proprio quello che accadrà. Ora che tu hai deciso di portarmi in Italia senza dirmelo, saremo solo noi tre. Non ci saranno più né i tuoi genitori, né tanto meno i tuoi fratelli. È come se in un secondo saltassi dall’inferno al paradiso. Il mio corpo torna alla temperatura normale, come se mi fossi lasciata cadere di spalle su un letto soffice coperto di neve. Riesco a sentire il fumo uscire dalla pelle e abbandonare il mio corpo.

Il modo in cui l’hai annunciato non mi ha permesso di considerare il fatto più importante. Ovvero che non vivremo più qui, in questa casa di lazzaroni e gente senza rispetto. Io, con tre anni passati all’università di Prishtina a studiare letteratura, con la media dei voti più alta della classe, io che leggo Kadare e Frasheri, finita per amore a sentirmi dire da tua madre come si deve pulire un giardino e a diventare la schiava di tuo padre. Al secondo giorno di matrimonio mi sono tornate in mente le parole di papà. Fu l’unico a dirmi che avrei dovuto finire gli ultimi tre esami prima di sposarmi, che una volta sposa non li avrei mai dati e non avrei mai conseguito la laurea. Non li detti ascolto. Ti volevo così tanto che misi l’Università in secondo piano. E pochi giorni prima che diventassi tua, che diventassi vostra, lo sentii parlare con mamma in cucina. Le disse che io non sarei stata bene nella casa di nessuno, che io sono troppo indipendente per essere la donna di qualcuno, che io sono diversa dalle mie sorelle. Le capii soltanto una volta arrivata da voi quelle parole, quando mi svegliai e mi accorsi che il mio futuro sarebbe consistito nel servire gli abitanti di questa casa e stare in silenzio. Avevo deciso di studiare per evitare tutto questo e poi ci sono finita dentro lo stesso.

Ritorno in sala felice, pronta a servire tutti i tè che tuo padre e i tuoi fratelli vorranno bere. Ha tutto un altro effetto ora. Ora che sono cosciente che saranno gli ultimi. Andremo in Italia e saremo lontano da tutto questo. Potremo avere la nostra vita. Amarci per davvero, senza doverci nascondere. Avere la nostra intimità. Potrò crescere il bambino senza sentire ogni volta i commenti di chiunque. Chissà che bel posto dev’essere l’Italia. Forse le donne sono più rispettate, forse le persone si possono amare per davvero. Di sicuro ci sono scuole migliori e non ci sarà la guerra. Nostro figlio potrà studiare e chissà cosa diventerà. Un medico, magari un avvocato o forse un professore, chi lo sa. Magari anch’io potrò ricominciare a studiare, magari terminerò gli ultimi esami che mi sono rimasti e mi laureerò in Italia. Sarebbe fantastico.

Servo il tè a tuo padre e lo guardo fisso negli occhi.
Goditeli questi, perché sono gli ultimi dalle mani della nuora che non ti meriti“, vorrei dirgli, ma non posso. Qui dentro sono un oggetto e continuo a comportarmi come tale. Torno a sedermi sulla sedia vicino alla porta. Ora sì che mi sento bene. Cerco i tuoi occhi e finalmente li trovo. Mi accorgo che anche tu stai meglio, ora. Forse non me l’hai detto perché sapevi che ti avrei risposto di no. Hai fatto bene, dannazione. Hai fatto bene a non dirmelo, hai fatto bene a decidere tu per noi. Quanto ti amo. E non vedo l’ora di amarti ancora di più quando saremo là. Andremo in Italia e saremo felici. Felici per davvero.

Gezim Qadraku

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Dove ho visto il razzismo

Venerdì sera ho parlato al telefono con mia madre e lei a un certo punto ha iniziato a commentare quello che sta succedendo negli Stati Uniti.
Ha detto che è rimasta scioccata, che non è riuscita a guardare il video, che non pensava che gli USA fossero un paese del genere.
L’ho fermata subito e le ho detto di non commettere l’errore di pensare che solo là, dall’altra parte dell’oceano, il razzismo sia ancora un problema. Per farla arrivare dritta al punto ho voluto spiegarle come il razzismo sia presente anche tra la nostra gente, gli albanesi del Kosovo.

In primis contro noi stessi. Perché noi siamo tutti albanesi quando c’è la guerra, quando gli albanesi del Kosovo sono scappati in Albania e hanno trovato rifugio.
Siamo tutti albanesi quando la nazionale di calcio si qualifica all’Europeo.
Siamo tutti albanesi quando c’è da difendere le minoranze albanesi in Macedonia, Grecia, Montenegro o Serbia.
Siamo tutti albanesi quando un/a cantante di nazionalità albanese diventa famoso/a, c’è da andarne orgogliosi e cerchiamo di farlo notare in tutti i modi possibili che sia albanese. “Perché abbiamo anche cose buone.”

Eppure sin da piccolo ho sentito famigliari e amici distinguere la nostra gente in base a dove abitassero in Kosovo. Questo esercizio trovava il suo apice nei matrimoni.
Il primo commento verso la sposa riguardava la sua provenienza.
È cresciuta in una città? Se sì, quale e dove? Nord, Sud, Ovest o Est.
Oppure arriva da un villagio? Mmm, ancora peggio. Molte volte detto da persone che a loro volta erano cresciute e ancora vivevano in un villaggio. Giusto per fare il primo esempio che mi è venuto in mente.
Un fattore in questo contesto era la distanza che separava la città o il villaggio con quello della sposa. Vicini? Ok. Lontani? No, perché allora lei e la sua famiglia sono “diversi”.
Ma come, mica siamo tutti albanesi?
Ecco, siamo albanesi quando ci fa comodo, poi quando il figlio si sposa è bene che la moglie abiti nelle vicinanze. In tutto questo provate a immaginare cosa può pensare l’albanese medio di tutti coloro che non sono albanesi. Ecco, buona fortuna.
Per non parlare di cosa potranno dire di me che critico la mia gente. Va beh, questa è un’altra storia.

Questo discorso sul razzismo della nostra ha avuto un effetto su mia madre. È rimasta in silenzio per un po’. Presumo non avesse mai pensato a questa cosa.

Ora continuo con voi. Ho visto il razzismo in Kosovo, ma l’ho visto anche in Italia, dove ho vissuto per vent’anni.
In Italia è stato a tratti comico, perché ho scoperto come le credenze sulle quali un razzista costruisce i suoi ideali possano essere smontate con una facilità irrisoria e non abbiamo alcuna coerenza.
Vi spiego. Ho avuto amici che col passare degli anni ho scoperto essere razzisti. Nel momento in cui l’ho scoperto ho chiesto a loro perché con me non lo fossero stati, perché non mi avessero mai insultato, perché non mi avessero mai chiesto di tornare al mio paese. Nel loro caso non si trattava di un razzismo soltanto contro persone dal colore della pelle differente, era un razzismo (lo è ancora) contro qualsiasi straniero vivesse in Italia. Insomma, i famosi immigrati che porterebbero via il lavoro ai figli di papà.
Dopo aver fatto notare a questi miei amici che io facevo parte di quel gruppo di persone che loro avevano e tutt’ora insultano, la risposta ricevuta ogni volta è stata la medesima.

 

“No ma tu sei diverso.”

 

No, non sono e non ero diverso. Mi è andata bene perché non ho mai avuto l’accento da straniero o da albanese. Non calcavo la elle o la erre. Se mi sentite parlare e non mi conoscete penserete che io sia di Milano.
Mi è andata bene perché giocavo a calcio ed ero bravo, quindi ero utile alla società.
Mi è andata bene perché mi vestito più o meno come i miei amici. Se c’era da avere le Adidas avevo le Adidas, se c’era da avere le Nike avevo le Nike. Insomma, ero parte del gruppo ed era impossibile capire che non fossi italiano. Sembravo uno di loro, ma non lo ero.
Quindi non meritavo gli insulti razzisti solo perché il mio accento e i miei vestiti erano conformi a quelli del gruppo dei miei amici italiani?

A quanto pare è proprio così. Il mio caso trova conferma nella storia di questo ragazzo di colore, che dopo essere stato malmenato da ragazzi bianchi perché nero, fa di tutto per diventare bianco e viene accettato dal gruppo che lo aveva malmenato.
Lui si integra, loro però continuano ad avere un atteggiamento razzista contro i neri, ma non contro di lui, perché lui nel frattempo – secondo loro – è diventato diverso da quelli neri. Per diverso si intende che veste come i suoi amici bianchi, ascolta la loro musica e parla come loro, ma è pur sempre nero. Quindi il fattore che ha fatto sì che loro lo menassero è ancora presente, ma ora loro lo considerano diverso, lo considerano come uno del gruppo. È un cortocircuito e mostra la stupidità di questo fenomeno.

Ecco il link del documentario:

https://www.internazionale.it/video/2019/02/20/black-sheep-razzismo-oscar

Questo per dire che non dobbiamo commettere l’errore di puntare il dito contro gli Stati Uniti e pensare che sia un problema esclusivamente loro. No, il razzismo c’è ovunque. Leggendo e studiando ho scoperto di odi tra etnie, popoli, Stati, regioni e religioni che non mi sarei mai immaginato. Perché non è solo una questione di bianco e nero. È un fenomeno che si attacca alla minima differenza fisica, culturale o religiosa e finisce per diventare violenza. Perché si inizia ammanettando una persona per aver commesso un reato, poi dato che è nero si finisce per ucciderlo. È un attimo.

Ho visto ebrei razzisti contro i musulmani. Ho letto di europei razzisti contro gli asiatici. Ho letto di neri razzisti contro i bianchi. Ho visto albanesi razzisti contro gli albanesi. Ho visto italiani del nord essere razzisti contro gli italiani del sud.

Quindi pare che siamo tutti razzisti. Scomodo, vero?

Ero razzista anch’io, avevo dei preconcetti pure io da piccolo. Non sono cresciuto in un ambiente dove la cultura, lo studio e la ricerca stavano al primo posto, anzi. Se non avessi avuto il privilegio di studiare sarei ancora razzista. Sì, proprio io che sono cresciuto in un paese straniero.

Ho letto, ho studiato, mi sono interessato a culture e popoli diversi. Questo mi ha permesso di conoscere l’altro, per quanto sia possibile farlo senza visitare un posto, ma è comunque un buon primo passo leggere degli altri, delle usanze, delle credenze di un altro popolo.
Ciò che mi ha aiutato più di tutto è il fatto di conoscere almeno una persona di ogni continente. Questa è stata la scintilla, parlare con persone di ogni parte del mondo e rendermi conto che non ci sia nessuna differenza tra noi, che tutti quei pregiudizi e quelle convinzioni ci sono state inculcate da fattori come l’educazione in famiglia, la preferenza politica di nostro padre, le amicizie, il periodo storico nel quale stiamo vivendo, ecc…

Quindi, il razzismo c’è ovunque.
Si risolverà? Io non credo. Purtroppo sono realista e non mi piace sognare troppo, soprattutto se si parla di un problema come questo radicato nell’essere umano da tanto, troppo tempo.

Se c’è qualcosa che mi sento di consigliarvi è di dare un peso minore alle foto che postate su Instagram e a concentrarvi di più sulla vita reale. Pubblicare una foto con lo sfondo nero non vi dà nulla. È un esercizio troppo facile che non cambia la vostra mentalità. Dopo i primi like che ricevete vi sentite appagati e non colpevoli, vi siete già dimenticati della storia. Trascorrere una serata a parlare con una persona di un altro continente può cambiarvi la vita. Ok, magari la vita no, ma di sicuro modificherà radicalmente l’idea che avete delle persone che ritenete diverse da voi.

Vi auguro di poter avere, come me, almeno un amico per ogni continente.

Gezim Qadraku

 

Non chiedere aiuto

Ho sei anni e sono in prima elementare.
È primavera, quasi estate ormai.
Dopo scuola mamma mi porta al parco a giocare con i miei compagni.
Sono felice, c’è il sole e le giornate mi sembrano tutte belle. Tra un po’ anche la scuola sarà finita, finalmente.
Al parco ci divertiamo sulle altalene, corriamo dietro al pallone e poi concludiamo giocando a nascondino. A una certa ora però dobbiamo tutti andare a casa, le mamme sono inflessibili.

A casa c’è papà, è da poco tornato dal lavoro. Si è fatto la doccia, profuma di buono. È stanco, ma io non lo noto. Sono un bambino, non posso accorgermene. Mamma mi dice sempre di chiedergli se è stanco. Lui mi risponde sempre di no, che non è stanco e mi accarezza la fronte sorridendo. Non capisco perché devo chiederglielo se poi lui mi dice di no. Lo capirò più tardi, quando sarò grande, quando proverò a lavorare anch’io e mi sentirò stanco non appena varcherò la porta di casa. Mi accorgerò quanto avere qualcuno che si preoccupa se sei stanco o meno, che quella semplice domanda, sia in grado di scacciare via tutta la stanchezza.

Mi faccio la doccia e poi vado a sedermi sul divano, di fianco a papà. Ha un libro in mano e la sua faccia ha un’espressione confusa. Sta studiando per la patente. Il libro mi piace, ha un sacco di immagini colorate che attirano la mia attenzione. Papà mi chiede aiuto. Mi domanda cosa vuol dire la parola “carreggiata“. È la prima volta che sento quella parola. Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare, il mio vocabolario è ridotto. Quella parola mi sembra difficilissima. Non riesco ad aiutare papà e mi dispiace. Allora lui va a chiederlo alla nostra vicina di casa. Lei le dice che una carreggiata è una strada, però lui non sembra soddisfatto della spiegazione.

Io cerco di capire a cosa voglia dire quella parola e nel frattempo mi chiedo perché papà non lo sappia, perché mi ha chiesto aiuto? Perché è dovuto andare a chiederlo alla vicina? E mamma? Perché neanche mamma sa cosa vuol dire carreggiata?
Ho sei anni, sto frequentando la prima elementare e quella parola mi mostra che mamma e papà non sanno bene la lingua del posto dove stiamo vivendo. Avrei dovuto capirlo prima, penso. A casa parliamo una lingua diversa da quella che le persone usano in televisione. Mamma e papà utilizzano l’italiano solo quando siamo fuori. Perché io invece riesco a usarle tutte e due? Forse ho i superpoteri.

Passerò quel periodo della mia infanzia a pensare che sono un supereroe, che io so parlare sia la lingua dei miei genitori che quella delle maestre, dei miei compagni e delle persone in televisione.
Papà prenderà la patente al primo colpo. Non verrà bocciato né alla teoria né alla pratica.
Crescendo mi accorgerò che per certe cose non potrò chiedere aiuto a mamma e papà. Ci sono cose della vita in Italia per le quali loro non possono aiutarmi. Dovrei chiedere aiuto ai miei compagni di classe o alle mie maestre, ma mi vergognerò di farlo perché non vorrò mostrarmi diverso o inferiore. Allora finirò per non chiedere mai aiuto, per qualsiasi ostacolo io dovrò superare. Linguistico, fisico o psicologico.

Saranno gli altri a chiedermi aiuto, a fidarsi del mio supporto, delle mie conoscenze. Io no, mai.
Mi piace dire che sono un tipo che preferisce ascoltare, che mi mette a disagio chiedere aiuto a qualcuno.
In realtà non ho idea di come funzioni, di cosa bisogna fare e se ne valga la pena davvero.
Non ho ancora imparato a farlo, a chiedere aiuto.

Gezim Qadraku

Straniera

“Ci avrei scommesso l’intero stipendio e l’avrei perso, menomale che ho letto il tuo nome sul cartellino. Dai è impossibile che non sei italiana”
“Ahaha me lo dicono tutti ormai, sarà per via dell’accento”
“Sei pazzesca, hai l’accento milanese. Come diavolo fai?”
“Non ne ho idea, è successo tutto in automatico”
“Roba da niente insomma…  io sono sicura che se dovessi venire in Albania non acquisirei l’accento neanche dopo 50 anni”
“Ma no, fidati che ci riusciresti”

“Quanti anni avevi quando sei arrivata?
Ah se non ti va di parlarne non c’è problema, è che sono così curiosa”
“Ma no figurati quale problema, anzi è un motivo di vanto. Avevo sei anni, iniziai le scuole elementari in Italia”
“Non dev’essere stato facile, parlavi già bene l’albanese giusto?”
“Esattamente. Il primo anno a scuola fu un vero e proprio incubo, e non solo per la lingua”
“Che ti successe?”
“Venivo presa in giro continuamente. Pensare che già in prima elementare fui quasi vittima di bullismo mi fa venire i brividi, che poi in realtà le prese in giro durarono per molti anni”.
“Che stronzi. Tu che facevi?”
“Niente, mi isolavo e cercavo di non piangere per non mostrarmi debole. Allo stesso tempo mi costruivo una muraglia intorno a me senza neanche accorgermene, la quale ancora adesso ogni tanto ha il suo effetto”
“Infatti non mi hai dato l’idea di una persona particolarmente socievole settimana scorsa”
“Anche questo me lo dicono tutti, ma quando non conosco una persona tendo a farmi gli affari miei. Sono sempre convinta di disturbare e spesso mi dimentico che i giorni in cui venivo etichettata come quella straniera sono ormai un ricordo lontano”
“Etichettata?”
“Esatto. Fino alle superiori sono stata la ragazza brutta albanese arrivata con il gommone da prendere in giro. Per anni ho pensato di non essere altro. Mi dava fastidio anche a me essere straniera, volevo semplicemente poter giocare con i miei coetanei, essere invitata alle loro feste di compleanno e che la mia famiglia trascorresse le vacanze con quelle di qualche mia compagna di classe. La realtà invece era completamente diversa, i miei parlavano male la lingua, faticavano a conversare con i genitori dei miei compagni, nessuno di loro mi invitava a casa e le mie vacanze erano un viaggio lunghissimo che durava più di una giornata, destinazione Albania. Ero una bambina e volevo soltanto somigliare ai bambini italiani, avere un nome semplice da pronunciare e fare la loro vita, tutto qui”.

“Pensi ancora le stesse cose?”
“Assolutamente no, anzi credo che in molti mi invidiano. Col passare degli anni mi sono accorta di quanto in realtà fossi fortunata, la possibilità di parlare bene due lingue, di poter vivere indifferentemente in due paesi, di essermi integrata in maniera perfetta in Italia e di sapere tutto anche di questo paese. È come se vedessi il mondo con quattro occhi, ho una visuale più ampia, due punti di vista e questo è veramente bello. Ci ho messo un po’ a mettere insieme il tutto, perché prima pensavo di essere due ragazze, quella che viveva in Italia da settembre a luglio e l’altra, quella che passava le vacanza in Albania durante il mese di agosto. A volte mi chiedevo chi fossi realmente. Crescendo e maturando ho messo insieme il tutto e sono felice di quello che ne è venuto fuori”.
“Ci torni ancora?”
“Sempre. Non esiste che durante un anno solare io non torni a trovare i miei nonni. Ora anche il fatto di aver collegato il lavoro tra Italia e Albania mi aiuta, costringendomi a fare viaggi continui. Non poteva succedermi di meglio”.
“Potete dire di avercela fatta quindi, chissà come saranno orgogliosi i tuoi genitori”
“Già, solo il fatto di essermi laureata in Italia per loro era come essere riusciti ad arrivare sulla luna. Furono in molti a dir loro che stavano commettendo un errore, quando mollarono tutto per  venire qui. Mio nonno decise di vendere tutta la terra che aveva per dare a mio padre i soldi per il viaggio. Si giocarono gli ultimi soldi così, per pagare il traghetto che sarebbe sbarcato a Bari dopo 24 ore di viaggio.  Nessuno credette in noi, ma alla fine abbiamo avuto ragione. Dopo la laurea ho aperto la mia piccola azienda e ora ci stiamo espandendo anche in Albania”

“Mi hai fatto venire i brividi davvero, non oso immaginare quanti sacrifici avete fatto”
“Noi albanesi siamo abituati a sacrificarci, siamo nati per soffrire!”
“Complimenti davvero, mi dispiace che per colpa di qualche idiota per molti anni siete stati considerati come ladri e persone pericolose”
“È sempre così e vale per tutte le nazionalità, basta che un deficiente faccia una stupidaggine e poi tutti gli altri vengono etichettati in malo modo”
“Hai ragione, lo stesso capita anche a noi italiani quando usciamo fuori dai nostri confini”
“Esattamente”
“Promettimi che mi porterai in Albania l’estate prossima”
“Promesso, ma ho paura che non vorrai più tornare in Italia ahah”
“Se non fosse per la lingua, magari un pensierino ce lo farei, ho visto di quelle spiagge in foto che mi sono già innamorata”
“Tranquilla che tanto parlano tutti l’italiano”
“Già, dimenticavo che siete dei fenomeni per le lingue.  Ti faccio solo l’ultima domanda”
“Dimmi pure”
“Se dovessi scegliere, dove passeresti il resto della tua vita?”
“Albania”
“Perché?”
“Solo per sentire il mio nome pronunciato in maniera corretta”

Gezim Qadraku.

Essere o non essere?

Dura è?
Adesso che si sono permessi di fare della satira sulle vittime del terremoto,
non riuscite più  a stare dalla parte di Charlie Hebdo.
Quando scherzavano su Allah,Maometto e l’Islam andava bene.
Si può scherzare e fare ironia sugli altri, si può fare satira nei confronti di altre religioni, ma quando poi toccano te, allora non vale più.
Tutti Charlie eravate, nonostante non sapeste chi fosse sto “Charlie Hebdo”.

Rivista che fa satira sull’Islam? Grandi, fantastici, fanno bene“.

Come sentite le parole “attacco terroristico”, “islamisti”,  subito a puntare il dito contro i musulmani e prendere le difese di quelli che vi somigliano.
Tutti Charlie eravate, poi basta un’amichevole di calcio e vi mettete a fischiare l’inno francese.
Probabilmente, chi ieri ha fischiato la Marsigliese, non sapeva che Charlie Hebdo è una rivista francese. Va beh dettagli, l’importante era essere Charlie un anno fa.
Fu uno dei primi articoli che scrissi: “Je ne suis pas Charlie”, nel quale dicevo la mia sui fatti accaduti nel gennaio del 2015.
Qualcuno mi disse: “Stai nel tuo, non esagerare“.
Le stesse persone che ora, in enorme difficoltà, si staranno facendo la cruciale domanda:
“Essere o non essere Charlie oggi?”.
Il problema non è, se essere o meno una rivista satirica.
Il problema è che non sapete più chi siete.
Di certo non lo scoprirete, finché continuerete a correre per stare dalla parte che considerate essere della ragione.
La parte composta da persone con lo stesso colore della vostra pelle, che la pensano come voi, che credono in quello che credete voi.

Gezim Qadraku.