Freddi fiori d’aprile

Ci troviamo in un piccolo villaggio albanese, quando la quotidianità del pittore Mark viene sconvolta da una banale rapina ad una banca. Un evento che passerrebbe quasi inosservato in qualsiasi altro paese europeo, ma non in un paese ex comunista come l’Albania, dove la rapina ad un istituto bancario viene considerata come atto di occidentalizzazione.
Ma non è solo questo, perché in quei giorni sono diverse le storie ad intrecciarsi nella vita del protagonista, come per esempio l’eco del Kanun,  il più importante codice consuetudinario albanese, che sembra poter ritornare ad influire sulle vite della popolazione, oppure la leggenda della ragazza che dovette sposarsi con un serpente e la sparizione di alcuni suoi amici.

Il massimo esponente della letteratura albanese descrive il cambiamento della vita del protagonista, che cerca di trovare un filo che possa legare questi avvenimenti, mentre allo stesso tempo prova con tutte le forze a portare avanti il proprio lavoro di artista, cercando di completare il quadro che ha come protagonista la sua amante.
Ismail Kadaré porta il lettore nella cultura e nelle tradizioni albanesi, descrivendoci alcune regole previste dal Kanun, alcune storie come appunto la leggenda del matrimonio con il serpente e la mentalità della nuova generazione che si ritrova in un momento storico, i primi anni duemila, a combattere con le vecchie generazioni che non riescono a slegarsi totalmente dalle antiche abitudini.
Un’opera delicata e scritta in maniera meravigliosa, un lessico di livello altissimo, che ci fa comprendere al meglio perché Kadaré compare nella lista dei possibili Nobel per la letteratura.

Concludo, come sempre, con uno dei pezzi sottolineati:
“La ragazza se ne andò prima che venisse buio. Dalla vetrata, Mark la seguì con lo sguardo mentre lei si allontanava. Senza trovare risposta alla domanda, si chiese se cambiava qualcosa, nel passo di una donna, subito dopo aver fatto l’amore. Senza di te, pensò poco dopo, non trovo risposta a niente.”

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Gezim Qadraku.

Tu.

“Bella questa attrice, vero?”
“Si ma…”
“Come ma? Pure a lei trovi dei difetti. Non ci posso credere!”
“No no, esteticamente è bellissima…”
“Ma?”
Scoppiamo a ridere entrambi, si sta riproponendo la solita conversazione. Io che cerco il pelo nell’uovo, e lei che mi fa notare come non mi vada mai bene niente.
“Trovi qualcosa che non va in tutte le donne, cosa diavolo deve avere una per piacerti?”
Ora si che sono in difficoltà, non me l’aspettavo proprio questa domanda. Continuo a pensare a come risponderle, anche se in realtà so bene cosa dire. Temo che sia arrivato il momento di svuotare il sacco. Lo capisco da come mi sento, ho il cuore che ha preso ad andare a mille e la risposta è dentro di me che aspetta da più di due anni ormai.  Dillo, diglielo ora, muoviti!
“Tutto quello che hai tu.”

Il silenzio ci travolge con la stessa forza di una valanga. Mi sembra di non udire più né la televisione, né la legna che brucia nel camino di fronte a noi. Siamo seduti sul divano uno di fianco all’altra, una coperta morbidissa ci ha scaldati per tutta la serata, che abbiamo trascorso sorseggiando del buon vino rosso, facendo finta di guardare un film. In realtà abbiamo riso e scherzato, come facciamo da quando ci siamo conosciuti. Siamo fatti uno per l’altra, ma forse questa è solo una mia illusione. Siamo a pochi centimetri di distanza, come lo siamo stati molte volte in questo arco di tempo, ma non è mai successo nulla. Non ho fatto altro che cambiare idea in tutti questi mesi, un giorno la guardavo e vedevo in lei la madre dei miei figli, mentre il giorno seguente cambiavo idea e cercavo di convincermi che tra noi c’è soltanto una bella intesa, niente di più. Il tempo si è letteralmente fermato, per un attimo penso che sia sparita, la sento così lontana. Non percepisco neanche più il calore emanato dal camino e la coperta sembra essersi ghiacciata, ho i brividi.
Non ho nemmeno il coraggio di girarmi e guardarla negli occhi, la sensazione è che mi  voglia sbranare o che sia, giustamente, delusa dal mio comportamento. Non posso aggiungere altro, tutto quello che avevo da dire l’ho detto. Continuo a fissare la legna che brucia, guardando attraverso il bicchiere colorato di rosso posato sul tavolino,  mentre il suo silenzio sembra durare un’eternità.

“Tu sei pazzo! E quando diavolo pensavi di dirmelo?”
“Volevo essere sicuro.”
“Sicuro di cosa?”
“Della tua risposta. ”
Prendo un attimo fiato e decido di buttare fuori tutto.
“Io voglio te.  Tu sei la donna della mia vita. Voglio passare tutti i miei giorni al tuo fianco. Non mi interessa nient’altro. Potrò accontentarmi anche di fare un brutto lavoro, di passare 8 ore al giorno a svolgere un mestiere che non mi piace, accettare gli straordinari e andare anche il sabato, basta che ci sarai tu a casa ad aspettarmi.
Possiamo anche mollare tutto e andare in giro per il mondo a piedi, senza una meta, ma ci devi essere tu al mio fianco.
Possiamo fare tutti i bambini che vuoi, o se preferisci non farne neanche uno e riempire la casa di cani e gatti, ma voglio farlo con te.
Non mi interessa come e dove vorrai vivere, l’importante è che tu lo faccia con me. Siamo fatti per stare insieme, non puoi non averlo capito. Tu sei felice quando stai con me, e io sono felice solo quando sto con te.
Tu hai tutto quello che deve avere una ragazza per me. Tu mi piaci.
Non posso neanche pensare di stare con un’altra persona, di stringere altre mani, di baciare un’altra bocca. Voglio te e basta. Se non starò con te, allora passerò il resto della mia esistenza da solo.
Tu ed io, insieme, saremo felici e passeremo una vita che varrà la pena di essere vissuta, credimi.
Tu ed io ci ameremo e saremo un esempio. La gente racconterà di noi e del nostro amore. Saremo una di quelle coppie che festeggiano i cinquant’anni di matrimonio, e ci chiederanno come abbiamo fatto.
Allora, ci proviamo?”

Gezim Qadraku.

Hai mai provato a vivere?

Hai mai ascoltato una canzone di Mecna in autostrada, al tramonto, mentre tornavi da un viaggio insieme alla tua anima gemella?

Sei mai stato ad un concerto di Hans Zimmer a sentire le note di Time?

Hai mai passato un sabato sera sul divano, sotto una coperta, a guardarti i film di Quentin Tarantino?

Hai mai provato la sensazione di essere capito solo leggendo la frase di un libro?

Lei hai mai detto quanto è bella quando sorride e che senza di lei non potresti vivere?

Hai mai fatto l’amore per tutta la domenica?

Hai mai passato un pomeriggio intero a lanciare la pallina al tuo cane?

Hai mai scritto una lettera d’amore ad una ragazza per conquistarla?

Hai mai guardato per 20 minuti di fila un quadro di Van Gogh?

Sei mai uscito a correre la mattina presto, nonostante diluviasse?

Hai mai provato ad ascoltare per un intero viaggio la stessa canzone?
Sognando di realizzare, ogni volta che ripartiva,  un sogno diverso?

Hai mai accarezzato le mani di tua nonna?

Hai mai giocato a nascondino con un bambino?

Hai mai detto a tuoi genitori quanto li ami?

Hai mai trascorso l’intera notte sdraiato su un prato ad aspettare l’alba con il tuo migliore amico, fumando un intero pacchetto di sigarette?

Ti è mai capitato di sfogarti con uno sconosciuto e scoppiare in lacrime?

Hai mai provato a mollare tutto e ricominciare da capo?

Hai mai provato ad essere te stesso?

A fare quello che vuoi tu.
A vivere la tua vita.
Ad essere felice.

Ci hai mai provato?

Gezim Qadraku.

Mano nella mano

Sono arrabbiatissimo con lei, abbiamo rischiato di perdere il treno per la solita discussione banale e inutile. Si è ostinata a voler prendere il tram, nonostante io le avessi spiegato che ci avrebbe impiegato troppo tempo e  avremmo perso il treno. Alla fine tutto è andato come previsto, siamo arrivati alla stazione di Zurigo giusto un minuto prima della partenza. Fortunatamente il convoglio è partito con cinque minuti di ritardo e il peggio è passato.

Siamo seduti uno di fianco all’altra, davanti a lei c’è una signora francese che legge un giornale e a tutto potrà pensare, tranne che siamo una coppia. Non appena ci siamo seduti abbiamo deciso di rifugiarci nei nostri romanzi, perché leggere è un modo elegante per starsene da soli.
Io Camus e lei la Fallaci.
Siamo diretti a Parigi, le ho detto una menzogna per convincerla a venire. Le ho raccontato di un mio vecchio amico giornalista che mi vorrebbe come articolista per la sua rivista, ma in realtà non ci sarà nessuna cena con questo Jean.
Jean non esiste. Ad aspettarci ci sarà Franck, il nostro amico fotografo al quale ho chiesto di fotografarmi mentre chiederò a Valentina di sposarmi.
Domani mattina le metterò una benda sugli occhi per non farle vedere nulla, saliremo su un taxi prenotato da Franck che ci porterà davanti alla Torre Eiffel. Una volta arrivati mi inginocchierò davanti a lei, le dirò di togliersi la benda e le farò la fatidica domanda. Dopo tutte le brutte parole che le ho detto mentre eravamo in tram, probabilmente mi tirerà uno schiaffo e mi dirà di no. Ho avuto ragione io e non lo ammetterà mai. Le scuse posso sognarmele, è troppo orgogliosa per un gesto del genere.

È passata solo un’ora dalla partenza e tra l’ansia della sorpresa e l’inaspettata litigata, inizio ad avere un po’ di paura. Per qualche secondo penso che il nostro rapporto possa andare in frantumi per l’ennesima discussione, ma in realtà questo nostro comportamento di isolarci e non parlare è ordinaria amministrazione.

L’ansia continua ad aumentare e Camus non è mi più di aiuto. Ho bisogno di lei ora, non possiamo arrivare in questa maniera al giorno più importante della mia vita.
Chiudo il libro, giro la testa e la osservo mentre legge con addosso gli occhiali che la rendono fottutamente sexy. Ha appoggiato il romanzo al tavolino, sta sottolineando una frase ed ha entrambe le mani occupate. Aspetto che finisca. Ci impiega un po’, dev’essere un concetto abbastanza lungo. Utilizza sempre il segnalibro come righello, vuole che le righe  siano perferttamente diritte. È una perfezionista.
Quando, raramente, parliamo di futuro e di casa, dice sempre che le camere del nostro rifugio dovranno essere piene zeppe di libri e sulle mura scriveremo le nostre frasi preferite.
Finalmente toglie la mano sinistra dal tavolo, gliela stringo e contemporaneamente le stacco gli occhi di dosso per guardare fuori dalla finestra. Provo a stringere la presa, ma lei schiaccia più forte di me. Ho i brividi ovunque, il mio sguardo è fisso sul panorama all’esterno, ma la mia attenzione è tutta su di lei. Avevo paura che evitasse la presa o accettasse la stretta senza fare nulla. Invece continua a stringere per dirmi che mi odia, ma che non c’è problema, posso tenerle la mano e con calma possiamo iniziare a fare pace.
Proprio così, senza guardarci, facendo i finti arrabbiati , ma sotto sotto, toccandoci quasi di nascosto dal mondo, tutto è come prima.

Mi sono innamorato di lei proprio in questa maniera, incastrando le mia dita tra le sue. Mi piacque da morire. Me ne andai a casa senza neanche aver provato a baciarla, mi erano bastate le sue mani sottili e morbide. La sensazione di quel momento potrei compararla a quella  che si prova quando si legge un bel libro per la prima volta e ci si innamora della letteratura, l’istante in cui si acquisisce la consapevolezza che qualsiasi cosa brutta possa accaderti durante la vita, potrai sempre rifugiarti nei libri. Avevo appena trovato il posto dove potermi rifugiare e dissi  a me stesso che avrei voluto passare tutti i giorni della mia esistenza ad accarezzare le mani di quella ragazza.

Mentre osservo il bellissimo panorama svizzero e ripenso ai primi giorni della nostra storia, mi torna alla mente quel pezzo del giovane Holden:
Ci tenevamo sempre per mano. Detto così non sembra granché, me ne rendo conto, ma tenersi per mano con lei era pazzesco. La maggior parte delle ragazze, quando gli tieni la mano, sembra come morta, oppure pensano di doverla muovere in continuazione, come se avessero paura di annoiarti o non so cosa. Jane era diversa.  Andavamo al cinema, magari, e subito ci prendevamo la mano, e non la mollavamo più finché il film non era finito. E senza mai cambiare posizione, né fare tante scene. Con Jane non ti preoccupavi nemmeno di avere la  mano sudata. Pensavi solo che eri felice. E lo eri“.

Domani, forse, effettuerò il passo più importante della mia vita. Continuo a pensarci e sono convinto che sia la decisione giusta. Ora stringerle la mano non mi basta più, gliela prendo e la porto verso la mia bocca, le do un bacio e poi la appoggio sulla mia pancia, coprendola con la mano sinistra. Sento che smette di leggere, si toglie gli occhiali e appoggia la testa al mio braccio.
Abbiamo già fatto pace, tutto risolto. Noi siamo così, non abbiamo bisogno di parlare.
Ci amiamo tenendoci per mano.

Gezim Qadraku.

 

Profumo di libri

Era stata una giornata difficile e negativa, le fredde temperature in imminente arrivo e la pioggia non facevano altro che peggiorare il mio stato d’animo. L’idea di tornare subito a casa non mi rendeva euforico e quindi decisi di optare per l’unico posto nel quale ero sicuro che avrei ritrovato il sorriso.
La libreria distava solo una quindicina di minuti dall’ufficio, le gocce d’acqua scendevano incessantemente, le strade si riempirono in fretta di persone che riprendevano la via di casa.

Impiegai meno tempo del previsto a raggiungere il mio paradiso. Fu sufficiente l’immagine dell’enorme massa di libri a cambiare completamente il mio umore.
Vi ero entrato senza alcuna idea, anche perché al momento ero ancora a metà della lettura de “Lo straniero” di Albert Camus e prima di allora non avevo mai comprato un libro prima di aver terminato quello precedente.
Forse non ero li per acquistare qualcosa in particolare, ma semplicemente per ritrovare un po’ di serenità. Iniziai allora a girovagare senza una meta tra gli scaffali, fino a quando il titolo e l’autore di un romanzo attirarono la mia attenzione.
“Un uomo innamorato” si intitolava e lo scrittore era di origine jugoslava. Che posto quello, quanta storia era riuscita a creare negli anni quella penisola. Mi avevano sempre attirato i racconti provenienti da quel mondo che ci era sempre sembrato così lontano a noi italiani, ma che in realtà era ad un solo mare di distanza.
Feci quello che facevo sempre prima di comprare un libro, andai all’ultima pagina e iniziai a leggere la frase finale. Mi accorsi immediatamente che l’ultimo capitolo era un intero discorso virgolettato e leggere esclusivamente il passo finale non avrebbe avuto senso, allora lessi l’intera pagina:
<<Era un signore elegante, che si comportava da gentiluomo. Apriva la portiera della macchina alla sua donna, a tavola le versava da bere, non le permetteva di portare oggetti pesanti e ogni mattina – prima di andare al lavoro – le lasciava una frase d’amore sul tavolo della loro cucina.  La amava, ma non per questo si permetteva di limitarne la sua libertà. Le chiedeva sempre di indossare i vestiti più belli e vistosi che aveva, nonostante scollature e spacchi vertiginosi, perché voleva che lei mostrasse il suo meglio quando era al suo fianco.
Non le imponeva alcun divieto perché si fidava ciecamente di lei. Non comprendeva per quale motivo molti uomini facessero questo, chiedere alla propria donna di cambiare modo di vivere dopo averla conquistata. “Forse non si fidano”, pensava, “ma allora quelle relazioni non hanno senso”, si ripeteva.
Aveva trovato la felicità nel momento in cui i loro occhi si erano incrociati. Questo lo portava a sorridere sempre, anche quando non vi era alcun motivo,  proprio come fanno le persone innamorate.
Le aveva dedicato la parte di migliore di sè, il suo tempo. Giorni, mesi, anni completamente trascorsi al suo fianco. Solo così la sua esistenza aveva un significato.
Era un uomo innamorato e si comportava da tale, come dovrebbero fare tutti gli uomini che amano la propria donna>>.

La lettura di quelle parole provocò in me una sensazione di tale benessere che non provavo da molto tempo. Quello scrittore era riuscito a descrivere l’idea di amore che avevo sempre avuto e, soprattutto, il concetto di comportamento che un uomo dovrebbe avere nei confronti della propria donna. Non potevo non acquistare quel romanzo, consapevole che una volta arrivato a casa avrei lasciato in pausa Camus per leggere questo sconosciuto autore jugoslavo.

Il tempo trascorso in libreria aveva dato i propri frutti ancora una volta, me ne resi conto dopo aver pagato il libro ed essere uscito. Il mio umore era l’esatto opposto di pochi minuti prima, ora la giornata era magicamente diventata positiva e non aspettavo altro che arrivare a casa e iniziare la lettura di quello che si presumeva essere un ottimo autore.
Prima di incamminarmi decisi di prendere un appunto che avrei potuto utilizzare in qualche conversazione o chissà, in qualche mio futuro racconto. Tirai fuori dalla tasca della giacca blocchetto e penna:

“Dovreste vederci, a noi lettori, mentre passeggiamo tra gli scaffali di una libreria. Siamo la miglior rappresentazione della felicità. Accerchiati da libri e silenzio, mentre odoriamo il profumo della carta e scopriamo nuovi universi grazie alle parole dei nostri scrittori preferiti.
Andateci in libreria, anche solo per osservarci. Solo così potrete capire perché scegliamo di trascorrere la nostra esistenza accompagnati dai libri”.

Gezim Qadraku.

Insieme

È domenica, il rumore delle gocce di pioggia contro la finestra mi ha svegliato. Allungo la mano per prendere il cellulare, sono da poco passate le nove e mezza, attivo il wi-fi. Non ho bisogno di guardare fuori per capire che è una di quelle grigie giornate autunnali senza alcun significato. Come si sta bene sotto le lenzuola, sono indeciso se alzarmi subito o godermi un po’ di dolce far nulla. Opto per la prima alternativa, ma solo perché ho un’ottima motivazione.
Mi alzo, salto il passaggio del bagno e vado subito in cucina. Asia è seduta vicino alla finestra, si gusta il suo cappuccino mentre guarda la pioggia. Mi sente entrare, sorride.
“Buongiorno dormiglione”
“Buongiorno amore”
I capelli sciolti, indossa un canottiera bianca troppo grande per lei, infatti le arriva quasi alle ginocchia. Si intravede un po’ di reggiseno nero, che contrasta con la sua pelle chiara. Mi piego su di lei, la bacio, le stringo la mano e con l’altra le accarezzo la faccia. Mi chiedo se esista un modo migliore per iniziare la giornata.

“Vieni a stare da me” glielo dissi senza neanche pensarci, fu un gesto istintivo. Come il giorno che la vidi uscire dalla biblioteca e la fermai chiedendole se potevo offrirle qualcosa. Lei rifiutò perché era di fretta e aveva un impegno, allora ne approfittai per accompagnarla all’uscita. Mi innamorai ascoltandola parlare velocemente, mi disse che faceva giurisprudenza ed era all’ultimo anno, mentre toglieva il lucchetto al motorino e si metteva il casco. Le presi il cellulare dalle mani e salvai il mio numero.
“Chiamami”
Sorrise e sparì tra le vie della città.
Mi chiamò una settimana dopo, facendomi passare i giorni più lunghi della mia vita.
“Non ci speravo più”
“Mai perdere la speranza”
Mi laureai poco tempo dopo,  la invitai alla festa, ma non se la sentì di venire, le sembrava di essere fuori luogo. Ci conoscevamo da sole tre settimane e non eravamo ancora andati oltre a coccole e baci. Stavamo iniziando a conoscerci, anche se ci eravamo innamorati uno dell’altra già dal primo incontro.
Dopo poco più di un anno si laureò anche lei, non ebbe il bisogno di invitarmi, ormai ero parte della sua vita. Mi presentò ufficialmente alla famiglia e festeggiammo il suo traguardo, tutto così normale e piacevole.

Avevo trascorso la mia carriera universitaria concentrato sui miei obiettivi, cercando di non farmi distrarre in alcun modo. Ero single quando mi iscrissi, e non ebbi alcun tipo di relazione seria durante quegli anni. Nel corso di quel periodo ero sempre stato sicuro di non aver bisogno di una persona, pensando che mi avrebbe solamente portato via del tempo. Mi piaceva quel tipo di vita fatto di serate con gli amici  e giornate di letture in solitaria, quando non avevo voglia di compagnia. Mi ero quasi convinto che quello fosse il prototipo di esistenza ideale.
Mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso.
Non me ne ero reso conto, ma avevo sempre avuto bisogno di Asia. Durante la mia piacevole solitudine, da qualche parte avevo letto che non si può pretendere di vivere restando soli. Al momento mi sembrò una gran cavolata, ma in realtà – chiunque l’avesse scritto – aveva pienamente ragione. Solo ora che abbiamo deciso di convivere, dopo quasi due anni di relazione, capisco quanto mi sia sempre mancata una persona con la quale condividere la quotidianità. Delle labbra da baciare e delle mani da accarezzare.
Una persona da amare, per la quale valga la pena vivere.

Le do un bacio sulla fronte e vado in bagno. Mi sciacquo la faccia, il mio asciugamano ha già assorbito il suo profumo. Mi spalmo un po’ di crema idratante per svegliarmi definitivamente.
Ritorno in cucina, la brioche è nel microonde e la tazza è già pronta sul tavolo. L’aria profuma di caffè e amore, è tutto perfetto.
Sì, questo è il modo migliore per iniziare la giornata.

Gezim Qadraku.

Hai mai amato?

Mi chiesero se avessi mai amato in vita mia.
Risposi loro di sì.
Domandarono com’era stato.
“Terribile” dissi.
“Perché?” vollero sapere.
“Ho amato una persona che non esisteva” replicai.
Mi guardarono straniti, non capirono, non potevano.
Non vollero sapere più niente, si alzarono e mi lasciarono solo con i miei pensieri. Pagarono ciò che dovevano, mi salutarono con sguardi ancora dubbiosi riguardo le mie dichiarazioni e tornarono ognuno a casa propria.
Il proprietario iniziò a pulire il locale, mentre aspettava che io finissi l’ultimo sorso di whisky. L’orologio segnava le 3:43, una fitta nevicata aveva imbiancato tutta la città, per strada non c’era anima viva. Di fronte al pub passò uno dei signori che mi avevano tenuto compagnia, la testa abbassata e il passo rapido, per cercare di avere la meglio contro le gelide folate di vento.
Pensai a quanti segreti avevo riferito a quegli sconosciuti quella sera. Come avevo finito, raccontando loro la più grande delle mie sofferenze sentimentali. Mi accorsi di aver compiuto un’azione che viene naturale a molte persone, quella di confidarsi con uno sconosciuto. Accade spesso, nascondere il dolore ai nostri cari, per poi espellerlo quando ci troviamo di fronte qualcuno che non ci conosce minimamente. Lo facciamo perché abbiamo paura che i nostri conoscenti ci possano giudicare.  Comportandoci in questo modo, compiamo contemporaneamente un altro errore, caratteristico di noi uomini: cercare di palesarci forti dinnanzi all’amore. Impauriti come siamo, di non dover mostrare il nostro lato umano, che come stupidi riteniamo sia il più debole, ma che in realtà, è la caratteristica più bella che abbiamo.
Andò proprio così la mia disavventura sentimentale, amai una donna che non era mai esistita. Succede di commettere questo tipo di errore, innamorarsi di una persona e costruire intorno ad essa ciò che vorremmo che lei fosse.
Poi, ai più fortunati, capita di accorgersi che si sta amando solo il frutto della propria immaginazione, ovvero il nulla. Così, inevitabilmente, si arriva alla conclusione che in questi casi, amare, è terribile. Un atto da non consigliare a nessuno, un sentimento dal quale stare alla larga.
Cosa fareste voi, se vi accorgeste che il momento più importante della vostra vita non è stato niente di reale?
Un interrogativo, questo, che mi ponevo da parecchio tempo.
Il cubetto di ghiaccio nel bicchiere si era sciolto, il proprietario aveva ormai sistemato tutti i tavoli e stava aspettando solo me.  Mandai giù quello che era rimasto del whisky, ma non mi fece alcun effetto, troppo annacquato. Prima di alzarmi diedi un’ultima occhiata al locale, guardai le mura, convinto che avessero assorbito la mia storia e avrebbero potuto raccontarla agli ospiti dei giorni seguenti. Decisi che non sarei mai più tornato in quel posto, anche se mi piaceva da sempre. Era uno di quegli ambienti che sembravano appartenere ad un’altra epoca: il marrone era il colore predominante e tutto era fatto di legno. Sulle mura c’erano quadri storici e le frasi di diversi mostri sacri della letteratura. Una, in particolare, era quella che attirava sempre la mia attenzione.
Ne parlai quasi tacendo. Io sono un maestro nel parlare tacendo, ho parlato tacendo per tutta la mia vita e ho vissuto delle vere tragedie dentro me stesso tacendo” di Fedor Dostoevskij. Mi alzai, e mentre mi dirigevo verso il bancone, pensai a come questo uomo era stato in grado di descrivere la mia vita, e quella di tutti gli esseri umani, meglio di quanto ognuno di noi avrebbe potuto fare. Pagai il conto e salutai.
Il vento gelido mi ricordò di abbottonarmi per bene il cappotto, ma non riuscì a distrarmi dai pensieri che continuavano a girarmi per la testa.
Continuavo a chiedermi cosa avrei dovuto fare della mia vita dopo una delusione del genere, ma era una domanda che mi ponevo da ormai troppo tempo. Il dolore della tragedia d’amore era nullo, se confrontato ad un’intera esistenza, la mia, passata a cercare una risposta.

Gezim Qadraku.

Al ristorante

Il cameriere chiese ai due cosa volessero da bere.
“Che vino vuoi amore?”
“E’ indifferente”, rispose lei senza un minimo di interesse.
Quell’atteggiamento fece arrabbiare Riccardo. Si presentava, ancora una volta, la solita situazione. L’incapacità di Amina nel prendere una decisione.
Era la loro prima cena da coppia. Stavano insieme da un paio di mesi, ma questa caratteristica caratteriale della ragazza era subito saltata all’occhio di lui. Si conoscevano ancora poco, e lei non era una di quelle persone che condividono immediatamente i propri segreti. A differenza di Riccardo, che dopo pochi giorni le aveva raccontato quasi tutta la sua vita. Era una ragazza silenziosa lei, quel tipo di persona che ha sofferto molto nella vita, e ha superato le difficoltà da sola, senza dover chiedere aiuto a nessuno. Atteggiamento caratteristico di molti, quello di chiedere il sostegno degli altri quando si trovano in difficoltà. Lei invece era convinta che non bisogna appoggiarsi a qualcuno quando non si sta bene, perché se la persona in questione ad un certo punto decide di andarsene, poi come si fa?
Succede spesso. Le persone se ne vanno e ti lasciano lì, da solo, con i tuoi guai.
Il ragazzo rimase in silenzio per più di un minuto, cercando di contenere la sua rabbia, mentre lei continuava a non guardarlo. Girava e rigirava le pagine del menù.
L’aveva avvertito appena si erano conosciuti che non era il tipo di persona che fa questo genere di cose. A lei non interessavano le cene o i posti di gala. Era una di quelle ragazze che preferiscono una scatola di gelato davanti alla serie tv del momento, per festeggiare l’anniversario. Lui non ne aveva voluto sapere e l’aveva portata in uno dei migliori ristoranti della città.
“Possibile che non scegli mai? Non ti può sempre andare bene ogni cosa!”
“Sì invece”.
“NO INVECE.
NON FAI MAI UNA SCELTA.
DICI SEMPRE CHE TI VA BENE TUTTO. E’ SEMPRE INDIFFERENTE PER TE.
NON E’ POSSIBILE!!”.
Riccardo non era riuscito a contenere la sua ira. La ragazza smise di leggere il menù, avvicinò la sedia al tavolo e iniziò a parlare, fissando Riccardo.
“Non ho mai avuto la possibilità di scegliere, perché non ho mai avuto niente nella mia vita. Da piccola qualsiasi cosa c’era nel frigorifero andava bene. E se per caso non mi piaceva, dovevo farmela piacere. A papà è stata amputata una gamba quando avevo solo tre anni. Lui non poté più lavorare da quel momento. Mamma cuciva i vestiti dei nostri amici quando raramente glieli portavano. Avrebbe potuto fare la sarta, ma non abbiamo mai avuto i soldi per aprire un negozio.
Luka aveva iniziato a fare qualche lavoretto qua e là, portava sempre qualche soldo a casa. Mamma aveva paura che prendesse qualche giro strano. Andava lui a comprare il cibo, o meglio, quello che potevamo permetterci con quei soldi, in tempo di guerra. Le uova erano il prodotto che costava di meno. Acqua ed elettricità diventarono un lusso in quel periodo, quindi mamma, nei brevi momenti in cui c’erano sia acqua che elettricità, ci preparava grosse porzioni di cibo, in modo tale da averlo pronto per giorni. Capitava che mangiassimo uova per una settimana intera. Si raffreddavano, ma era comunque un miracolo trovare qualcosa nel piatto all’ora di cena. Non abbiamo mai avuto niente noi.
Sono nata povera, ho rischiato di morire povera, ma il destino ha deciso diversamente. Per me vivere ha sempre significato soffrire e non avere quello di cui avevo bisogno. Ho smesso di sognare nel momento in cui ho iniziato ad andare a scuola. Non era consigliabile farlo, meno sognavi e più la tua vita era semplice. La realtà, vera e cruda, mi è stata gettata addosso sin da piccola. I sogni non si realizzano, il mondo è un posto ostile dove chiunque è pronto farti cadere. Aspettavo Babbo Natale quell’inverno, ma arrivarono solo bombe. Un centinaio, ogni giorno. Fu così per più di tre anni. Smisi di andare a scuola, passavo le giornate a contare le esplosioni. Poi fummo costretti a scappare, a rifugiarci nei boschi. Del cibo non c’era più traccia, così non ci rimase altra scelta che iniziare a mangiare la colla dei cartelloni pubblicitari e le ortiche. Questo è stato il mio pasto per alcuni mesi.
Sono sopravvissuta alla guerra e mi hanno portata qui. Avevo solo dodici anni e sono cresciuta in mezzo a persone che nel weekend andavano a mangiare caviale e Champagne. Io non sapevo manco cosa fosse il caviale.
Quindi avere tutto e poter scegliere, sono delle novità per me. Non riesco ad abituarmici. Non riesco a preferire una cosa rispetto ad un’altra, e non sarò mai in grado di lamentarmi.
Ogni situazione che vivo è migliore di quelle in cui sono cresciuta.
Non me ne frega proprio un cazzo del vino. Bianco,rosso o rosè, scegli quello che preferisci. Pure il vino è una novità. Sono cresciuta con l’idea che l’alcool fosse una cosa da ricchi, e io sono sempre stata povera”.

Una persona innamorata

Lo capisci subito quando una persona è innamorata.
Ha un sorriso naturale, splendido, contagioso.
Una persona innamorata luccica, i suoi occhi brillano di una luce interiore infinita.
Una persona innamorata è sempre persa nei suoi pensieri, puoi chiederle qualcosa e ti sembrerà di riportarla sulla terra; ti risponderà comunque sorridendo, nonostante ti sia permesso di sospendere il suo sogno ad occhi aperti.
Una persona innamorata non cammina semplicemente, levita in aria.
La osservi e la invidi, per un momento provi anche un sentimento di odio nei suoi confronti, perché vorresti essere al suo posto.
La riconosci una persona innamorata, sprigiona vita.
La guardi e stai bene anche tu.

Gezim Qadraku.

Un messaggio

Lascio sempre il cellulare acceso quando dormo, non c’è un motivo particolare, penso sia solo una stupida abitudine. Ieri nel bel mezzo della notte ho sentito una vibrazione, mi sono svegliato subito ho il sonno leggero, mi basta un niente.
Era un messaggio, numero sconosciuto. L’ho aperto, incuriosito e abbastanza incazzato.
“Sono io, come stai?”.
Era lei, non poteva essere nessun altro. Erano le tre di notte, il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata, per un momento ho pensato di chiamarla, ma le mani continuavano a tremare. Il cervello non riusciva a connettere un pensiero che fosse degno di una logica sensata. Riuscivo solamente a fissare lo schermo e a ripetere a bassa voce il testo del messaggio. L’avrei chiamata volentieri, quanto mi manca la sua voce. Dopo qualche minuto i battiti del cuore sono diminuiti, il cervello si è rimesso in moto e ho iniziato a pensare ad una risposta sensata da scriverle. Ho trovato la frase giusta subito, non mi ci è voluto molto.
Ho spento il telefono e mi sono rimesso a dormire.
“Senza di te non posso stare bene”.
Questo però è giusto che lo sappia solo io.

Gezim Qadraku.