Ce ne andiamo in Italia (1° parte)

È da poco finito il telegiornale. La guerra è l’unica costante della mezz’ora di news. Ora tutta l’attenzione è sulla Bosnia, soprattutto dopo la dichiarazione d’indipendenza. Le cose si stanno mettendo veramente male e le immagini che mostrano alla TV mi mettono paura. Qualcuno dice che è soltanto questione di mesi e la guerra scoppierà anche in Kosovo. Altri invece continuano la propria vita come se nulla stesse accadendo. Mi siedo sulla sedia di fianco alla porta, dopo aver servito il tè a tuo padre, a te, ai tuoi fratelli e alle loro mogli. Tua madre entra in salotto e si dirige verso il camino per cambiare la legna. La guardi e le chiedi di sedersi, che devi dire due parole.
Po du mi fol dy fjalë.”

Vorrai dire qualcosa sulla guerra, penso, mentre resto al mio posto in silenzio e cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Ti fisso e provo a tirare fuori i tuoi pensieri, prima che tu li trasformi in parole e le dica a tutti. Tua madre si siede, con un gesto che fa trasparire insicurezza. Sembra che il solo fatto che tu voglia dire qualcosa ad alta voce la preoccupi abbastanza da farla muovere in maniera totalmente diversa dal solito. Lenta e affannosa, a differenza della velocità e della rapidità dei suoi movimenti quotidiani. Quando lei si siede, tu attacchi con il discorso. Incroci le mani, appoggi i gomiti sulle cosce, ti muovi in avanti, cerchi gli occhi di tutti e dopo esserti schiarito la voce, lanci la bomba.
Ho deciso di portarli in Italia con me. Partirò con mia moglie e il bambino.

Sento un’esplosione tremenda all’altezza dello sterno. Una vampata di calore si impossessa del mio corpo e si concentra in testa. Mantengo gli occhi su di te, senza più badare se qualcuno se ne accorga. Ti cerco, cerco le tue pupille, ma tu guardi verso i tuoi genitori. Come sarebbe a dire che andiamo in Italia? Mica eri tornato per restare? E perché non l’hai detto a me prima di annunciarlo alla tua famiglia? Cosa diavolo è questa storia?
Sento le gambe tremare, le gocce di sudore scivolare veloci dal collo verso il fondo della schiena e il pensiero va immediatamente ai miei genitori. Alla pessime condizioni fisiche di mamma. Alla fatica di papà nel trovare lavoro dopo essere stato licenziato come autista degli autobus perché albanese e la sua decisione di smettere di fumare, perché non se lo può più permettere. A mio fratello Fadil, al suo lavoro precario e a sua moglie, così giovane e impreparata alla vita di famiglia, che non riesce a essere di alcun aiuto a mamma. Penso a loro e a come diavolo glielo dirò che me ne vado in Italia. No, che tu hai deciso che andremo in Italia. Senza chiedermelo, senza voler sapere cosa ne pensassi, se fossi d’accordo o meno.

Un silenzio strano e fastidioso ricopre la stanza, la tensione è presente nei volti di tutti e io mi sento crollare, impotente, senza alcuna forza di reagire, nel buco che si è aperto sotto i miei piedi. Non me lo aspettavo questo da te. Mi hai ferita. E io che ti pensavo diverso. Io che mi sono innamorata di te perché mi sembravi così distante dagli altri ragazzi kosovari. Eri così timido, premuroso ed educato, che pensavo ti avessero adottato, che venissi da un’altra cultura. Quel tuo rispetto verso qualsiasi donna e quel tuo corteggiamento così sensibile e rispettoso, mi hanno fatto letteralmente perdere la testa per te. E ora? Hai deciso il nostro futuro senza dirmi niente? L’hai fatto per ripicca? Perché mi ritieni colpevole per il fatto che nostro figlio non ti abbia riconosciuto quando sei tornato dall’Italia dopo 14 mesi. Come pensavi che ti avrebbe potuto riconoscere se non ti aveva mai visto? Te ne sei andato che lui aveva pochi giorni e quando sei tornato, l’unica cosa che sapeva di te era la fotografia nella quale tu lo abbracci in giardino, qualche giorno dopo la sua nascita. Cosa potevo fare io? Oltre a dargli quella foto da baciare prima di metterlo a letto e ripetergli che papà sarebbe tornato molto presto. Pensi che mi sia sentita bene quando lui si rifiutava di abbracciarti? Quando continuava a stare in braccio a tuo fratello Muharrem? Quando veniva a sussurrarmi all’orecchio che quell’uomo, riferito a te, avrebbe dovuto dormire sotto il letto e non di fianco a me? Non pensi che mi sentivo morire dentro, in quei momenti?

Finalmente tuo padre decide di distruggere il silenzio. Lo fa dando la benedizione alla tua decisione.
Perhajr i koft.
Resta seduto, ti guarda negli occhi e non aggiunge altro. Manda giù un sorso di tè e quasi lo finisce a goccia. La stanza ritorna nel silenzio e nessuno dei tuo fratelli prende la parola. Allora tu, mente cerchi di trovare una sicurezza che non hai, mentre il sudore delle ascelle trasforma in quella parte del corpo il colore della tua camicia in nero, da viola che era, provi a spiegare il motivo di quella scelta. Anche se nessuno te l’ha chiesto. Un’insicurezza, la tua, che non ha fatto altro che amplificarsi da quando mi hai presa come sposa. Ripenso alla tua paura e alla tua goffaggine durante le nostre prime notti a letto. Mesi senza alcun risultato, che iniziarono a far storcere il naso a qualcuno. Già le sentivo le parole di tua madre e delle mie cognate. Quasi sperassero che non fossi in grado di darti neanche un figlio. E poi, finalmente, dopo un anno e mezzo di angoscia e timore, sono rimasta incinta. Un maschio, grazie a Dio. Solo questo mi ha permesso di essere considerata come un essere umano meritevole di qualche attenzione.

Rimango focalizzata sulle tue paure. Il terrore nel confrontarti con i tuoi famigliari. L’incapacità di contrastare le parole di tuo padre, di non chiedere ai tuoi fratelli di seguirti a lavorare mentre ti spacchi in quattro per tutta la famiglia. Per la prima volta mi chiedo che padre sarai. Chissà come ti comporterai con il nostro piccolo. Forse avrai paura anche di lui. Forse ti farai mettere i piedi in testa anche da tuo figlio. Smetto di ascoltarti e penso a te, ai tuoi fratelli, a tuo padre, alla vostra famiglia. Me l’avevi detto che eravate poveri, che non avevate niente, che avevate da poco sistemato la casa e che avevate ancora un sacco di debiti, presi per potervi permettere di organizzare i matrimoni di tutti i fratelli. Ti osservo, mentre impaurito cerchi di dire le parole migliori che i tuoi fratelli e tuo padre si aspettino da te, ma non ti rendi conto che loro hanno smesso di preoccuparsi di te da chissà quanto tempo ormai. L’ho capito subito che in questa casa tu eri l’unico che provava a fare qualcosa. Mi avevi detto che eravate poveri, ma non che foste dei lazzaroni. Non che la terra non avevate voglia di lavorarla e che trovavate le scuse più impensabili per non farlo. Non siete in grado neanche di essere gente di campagna come si deve. Siamo tutti dei “katundar“, ma mio padre e i suoi fratelli, con organizzazione e sacrifici, hanno costruito quattro case. Voi, invece? Eppure siete così tanti maschi e tutti in buona salute che ognuno di voi dovrebbe vivere nella propria di casa. Invece eccoci qui, stipati in questa casa provvisoria, ancora non terminata, con a disposizione una sola stanza per ciascuna coppia.

Me ne sono accorta subito, la prima notte, in che razza di guaio mi ero cacciata. Ma ho accettato di restare. Sono rimasta perché ti amo, indipendentemente dalla vostra povertà e dalla vostra incapacità di darvi da fare. E ora tu mi fai questo? Così, senza il minimo rispetto, davanti a tutti? Perché dovrei seguirti in Italia e non tornare dai miei genitori? Inizio a pensare che quelle tue caratteristiche che tanto mi piacevano, siano soltanto il frutto del tuo carattere debole. E io che pensavo potessi essere un uomo albanese diverso. Uno di quelli che non ha bisogno di rimproverare la propria donna di fronte agli ospiti, come fanno tutti.
Grua fai questo, fai quello. Scusate, ma la mia Grua è lenta. Grua porta la caraffa d’acqua. Grua l’insalata è senza sale.” E noi donne, vostri oggetti, in silenzio a seguire ciò che ci dite di fare. Vi considerate degli uomini, vi definite “burra“, camminate con il petto in fuori, fumate le sigarette come foste degli imprenditori di successo, alzate la voce contro di noi in presenza degli ospiti per sentirvi grandi, per sentirvi qualcosa, ma senza di noi, le vostre mogli, i vostri oggetti, non sareste niente. Io, stupida, che mi aspettavo che tu potessi essere veramente diverso. E invece, guardati ora, prendere una decisione del genere, decidere anche per me e per il nostro piccolo senza neanche consultarmi. Neanche provare a pensare che le cose in un matrimonio si debbano decidere in due.

Finisci di parlare e non so neanche cosa hai detto. Il rumore di un cucchiaino che sbatte sul bordo del bicchiere di tè, riporta la mia mente alla realtà. È tuo padre che ha finito il tè e ci tiene a farmelo notare. Mi guarda fisso negli occhi, rimette il cucchiaio all’interno del bicchierino e il suo viso si veste di insofferenza, perché ha dovuto farmelo notare e io, da brava sposa quale dovrei essere, me ne sarei dovuta accorgere da sola. Il suo comportamento è la ciliegina sulla torta. Il mio corpo brucia di rabbia. Mi alzo il più velocemente possibile e cerco di fornirgli una faccia abbastanza dispiaciuta. Mi affretto a prendere il bicchierino e a dirigermi in cucina per riempirglielo di tè, e mentre mi lascio la sala alle spalle prego di non vedere mai più tuo padre, i tuoi fratelli e questa maledetta casa. Di non dover servire il tè a nessuno. E in quel momento, mentre mi rifugio in cucina, mi accorgo che è proprio quello che accadrà. Ora che tu hai deciso di portarmi in Italia senza dirmelo, saremo solo noi tre. Non ci saranno più né i tuoi genitori, né tanto meno i tuoi fratelli. È come se in un secondo saltassi dall’inferno al paradiso. Il mio corpo torna alla temperatura normale, come se mi fossi lasciata cadere di spalle su un letto soffice coperto di neve. Riesco a sentire il fumo uscire dalla pelle e abbandonare il mio corpo.

Il modo in cui l’hai annunciato non mi ha permesso di considerare il fatto più importante. Ovvero che non vivremo più qui, in questa casa di lazzaroni e gente senza rispetto. Io, con tre anni passati all’università di Prishtina a studiare letteratura, con la media dei voti più alta della classe, io che leggo Kadare e Frasheri, finita per amore a sentirmi dire da tua madre come si deve pulire un giardino e a diventare la schiava di tuo padre. Al secondo giorno di matrimonio mi sono tornate in mente le parole di papà. Fu l’unico a dirmi che avrei dovuto finire gli ultimi tre esami prima di sposarmi, che una volta sposa non li avrei mai dati e non avrei mai conseguito la laurea. Non li detti ascolto. Ti volevo così tanto che misi l’Università in secondo piano. E pochi giorni prima che diventassi tua, che diventassi vostra, lo sentii parlare con mamma in cucina. Le disse che io non sarei stata bene nella casa di nessuno, che io sono troppo indipendente per essere la donna di qualcuno, che io sono diversa dalle mie sorelle. Le capii soltanto una volta arrivata da voi quelle parole, quando mi svegliai e mi accorsi che il mio futuro sarebbe consistito nel servire gli abitanti di questa casa e stare in silenzio. Avevo deciso di studiare per evitare tutto questo e poi ci sono finita dentro lo stesso.

Ritorno in sala felice, pronta a servire tutti i tè che tuo padre e i tuoi fratelli vorranno bere. Ha tutto un altro effetto ora. Ora che sono cosciente che saranno gli ultimi. Andremo in Italia e saremo lontano da tutto questo. Potremo avere la nostra vita. Amarci per davvero, senza doverci nascondere. Avere la nostra intimità. Potrò crescere il bambino senza sentire ogni volta i commenti di chiunque. Chissà che bel posto dev’essere l’Italia. Forse le donne sono più rispettate, forse le persone si possono amare per davvero. Di sicuro ci sono scuole migliori e non ci sarà la guerra. Nostro figlio potrà studiare e chissà cosa diventerà. Un medico, magari un avvocato o forse un professore, chi lo sa. Magari anch’io potrò ricominciare a studiare, magari terminerò gli ultimi esami che mi sono rimasti e mi laureerò in Italia. Sarebbe fantastico.

Servo il tè a tuo padre e lo guardo fisso negli occhi.
Goditeli questi, perché sono gli ultimi dalle mani della nuora che non ti meriti“, vorrei dirgli, ma non posso. Qui dentro sono un oggetto e continuo a comportarmi come tale. Torno a sedermi sulla sedia vicino alla porta. Ora sì che mi sento bene. Cerco i tuoi occhi e finalmente li trovo. Mi accorgo che anche tu stai meglio, ora. Forse non me l’hai detto perché sapevi che ti avrei risposto di no. Hai fatto bene, dannazione. Hai fatto bene a non dirmelo, hai fatto bene a decidere tu per noi. Quanto ti amo. E non vedo l’ora di amarti ancora di più quando saremo là. Andremo in Italia e saremo felici. Felici per davvero.

Gezim Qadraku

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